L'infinita caduta di chi rompe «La promessa»

«M i ucciderò, ma quando lo farò, non sarà certamente da solo». Raccolte da André Breton, le ultime parole del profeta del surrealismo Jacques Vaché descrivono piuttosto bene il tema dell'ultimo romanzo di Giovanni Cocco, La promessa (Nutrimenti, pagg. 208, euro 16), seconda parte di un'ambiziosa tetralogia il cui primo volume, La caduta, è uscito nel 2013. Vaché si uccise poi con un'overdose di oppio, ma prima di farlo invitò un amico a fumare con lui. Morirono entrambi, mantenne dunque la promessa: si era suicidato, se i limiti dell'ironia consentono di affermarlo, in compagnia. Anche se a prima vista le differenze sembrano prevalere sulle somiglianze, è un «suicidio in compagnia» quello dei kamikaze giapponesi o islamici, nonché il gesto di Andreas Lubitz, il pilota di linea tedesco, depresso e stressato, che nel marzo scorso ha diretto il suo Airbus contro una montagna, uccidendo 150 passeggeri e se stesso. Cocco ne utilizza la vicenda al modo in cui gli autori di romanzi ambientati nel passato si servono della cornice storica, che in un secondo momento popolano con personaggi di finzione. Il personaggio di finzione centrale, in questo caso, è Vincent De Boer, un francese indeciso fra il giornalismo a Parigi e l'insegnamento della letteratura in un istituto tecnico dell'Alta Savoia. Come Lubitz, De Boer è un melanconico fulminato dalla sindrome del burnout, la malattia che colpisce chi lavora troppo e male. Ecco perché, se La caduta era dominata dal pensiero dall'Apocalisse, nella Promessa tiene banco la psicologia, il che vuol dire che il romanzo di Cocco, oltre al titolo e al fatto che si è di fronte ad un'inchiesta, divide con il capolavoro di Dürrenmatt anche l'andamento introspettivo. Si discutono le tesi del neurologo recentemente scomparso Oliver Sacks e quelle di Pavlov; e si accenna al «Minnesota test», un questionario coperto da copyright che permetterebbe di accertare se si è in grado di ricoprire ruoli strategici dal punto di vista sociale: insegnante, poliziotto, pilota d'aereo. Appresa la notizia dello schianto, De Boer telefona al suo caporedattore e si propone come inviato speciale sul luogo della tragedia, una collina dove centinaia di volontari si adoperano per raccogliere i resti delle vittime. Cocco non si cura di metterci sotto gli occhi il protagonista, del quale dimentichiamo presto i connotati; gli interessano piuttosto le sue elucubrazioni, che finiscono per metterlo alle corde. De Boer ha tradito la promessa fatta alla donna con cui ha vissuto per tredici anni, Marie, ed ora ha una nuova compagna, che rimane incinta. Come incinta, si scopre dopo qualche giorno, era la fidanzata di Lubitz. Le analogie sono troppe per poterle ignorare, tant'è che nel libro aleggia lo spettro di un'ipotesi mai formulata e un po' balorda, ma che ha il pregio di funzionare: rompere una promessa equivale ad uccidere volontariamente se stessi, ma anche a condannare a morte il destinatario della medesima. Fra il pilota che uccidendosi stermina i passeggeri e l'uomo che tradisce il patto coniugale c'è una differenza di grado, non di specie. Sono entrambi dei suicidi- assassini. A parte questo, le vie interpretative che uniscono il tema della promessa a quello del «suicidio in compagnia» sono innumerevoli. Vendicarsi della comunità, che prima illude e poi pianta in asso? Affermare la libertà anche a costo di danneggiare gli altri? Concedersi una rinascita, che può essere «terminale», attraverso il vecchio trucco del tradimento di sé? Chissà se Cocco è dell'opinione di Epitteto e di Descartes, convinti che non bisogna mai promettere niente, perché equivale ad incatenarsi alle proprie parole. O se è più vicino al parere, come sempre disturbante, di Nietzsche. Il compito che la natura sembra essersi prefissa con l'uomo? Allevare un animale in grado di mantenere delle promesse.