L'infinita passeggiata di Robert Walser nella maestosa foresta della letteratura

Voleva essere un albero. E immerso nella natura liberava la sua arte

Robert Walser meditò di mutarsi in albero. A differenza dei «poveri, inquieti esseri umani» che sono «sempre di fretta» e «malgrado un'esistenza molto sviluppata restano miseramente attaccati alle loro opacità, ai loro preconcetti, sono pavidi schiavi delle loro tristi prerogative», gli alberi «sono muti e non hanno alcun bisogno di essere riflessivi». Soprattutto, «possono vivere senza l'obbligo di chiedersi perché».

Attraversò la vita con la ruvida gioia e la rude generosità degli alberi, Walser, lo scrittore radicato nel vento. «Amico dichiarato di ciò che è incerto», tenace camminatore, dal 1933, chiuso in una casa di cura, Walser rifiutò di scrivere. L'uomo che aveva compilato il più alto elogio della cenere («Si può essere più arrendevoli e più pazienti della cenere?»), morì nel 1956, durante l'ennesima camminata, sulla neve, il giorno di Natale. Chi lo vide, lo scambiò per un angelo schiantato. Amato da Hermann Hesse e riconosciuto come un ambiguo gemello di Franz Kafka - ma i racconti di Walser, leggere per credere, ronzano di meraviglia, ci fanno tintinnare le vertebre come campane - Robert, che scriveva a matita, con grafia minuscola, sfidando l'insignificanza, pubblicò la sua raccolta più bella, Seeland (proposta ora da Adelphi, pagg. 254, euro 14), nel 1919, a Zurigo, in 600 esemplari, con le illustrazioni del fratello Karl. Il libro, dove è radunato il racconto più celebre di Walser, La passeggiata, che ha il finale più delicato della letteratura del Novecento («Ho raccolto fiori solo per deporli sulla mia infelicità?, mi domandai, e il mazzolino mi cadde di mano»), è di inafferrabile bellezza, va custodito tutta l'estate in tasca, per aprirlo biblicamente a casaccio per capire come si vive.

Il racconto più risolto, forse - con Walser siamo tutti giardinieri dell'ambiguo - è Vita di un pittore, dove si dettaglia la vita e si cataloga l'opera - da «Pasto serale» a «Il bosco», da «La malata» a «L'addio», benvenuti in una galleria di quadri del tutto fittizia - di un artista che sfida «il mondo pieno di asperità e intoppi, carico di freddezza e indifferenza». Con svagata potenza dai racconti accadono aforismi: «assegna a te stesso un compito rotondo, simpatico, unico, cerca di adempierlo e accontentati di ciò»; «un arbusto in fiore non è forse celestiale quanto il cielo stesso? Può esistere qualcosa che non sia pervaso da Dio, che non ne sia impregnato?». Questo vagabondo dello stupore, che pare uno dei monaci folli che costellano i romanzi di Dostoevskij, o un abate zen che preferisce la foresta al tempio istoriato e incide le proprie poesie sull'acqua, scopre che «l'inizio e la fine si stringono la mano sorridendo. Apparire e scomparire sono una cosa sola». Ha ragione Walser: lo scrittore, già morto in vita, non muore mai.

Commenti

czlsha

Mer, 16/08/2017 - 07:24

E un attribuito genetico di quegli affermti scrittori vedere le cose da una prospettiva quanto stravagante tanto malinconica,come scritto nell'articolo immedesimarsi in un albero,cercare una sublimazione di una cenere,di certo sono dotati di un occhio molto fine da percepire la natura profondamente e trasformarla e configurarla nei loro scritti, per suscitare o stuzzicare un appetito di riflessione di chi lo sta leggendo, la fine e l'inizio forse davvero si convergono ad un certo punto,in quel momento potremmo superare la paura di morte