Il linguaggio del calcio. Che meraviglioso tiro a Campanile

A parlare di sport, sono capaci tutti! Primo luogo comune...

Se c'è un campo invece in cui parlare e scrivere (senza cadere nei luoghi comuni) è difficilissimo, è proprio quello di calcio, e per estensione lo stadio, gli stadi olimpici, le Olimpiadi, il mondo degli atleti, dei campionissimi, degli eroi...

Eroico, in sé, è parlare - e scrivere - di un partita di football, di un tappone dolomitico, di una disfida tennistica ma senza annoiare, senza franare nei cliché linguistici, senza attortigliarsi nelle frasi fatte... Una sfida vinta da maestri come Gianni Brera, carta canta, o Beppe Viola, in video veritas, e su cui ha ironizzato un immortale dello stile, dalla critica tivvù alla Terza pagina, come Achille Campanile (1899-1977). Il quale, in un imbattibile pezzo per Il Tempo del 1° ottobre 1970, La Crusca allo stadio (ora pubblicato in plaquette da Henry Beyle) se la spassa e ci diverte a giocare con il linguaggio calcistico. Ecco - ci spiega - come l'italiano pedatorio ha arricchito il nostro vocabolario. Ah, se si usasse anche per i fatti della vita quotidiana il linguaggio sportivo! «Cameriere, una mezz'ala di pollo! Destra o sinistra? (Fiutandola:) Mi sembra un po' arretrata...», ipse scrixit.

Metaforico e metà inglesizzato, ironico, creativo, fantasioso e fantasista, neologistico e (anti)retorico: è il vero linguaggio da stadio (a volte persino più divertente della partita che racconta). «Il calcio scritto e parlato ha portato nel suo campo parole di ogni provenienza, piegandole ai propri piedi per poterle prendere a calci», scrive nella sua nota al testo il filologo Giuseppe Antonelli. Cannoniere, schiantare, fallosità preconcetta, conclusione, i felsinei, i blucerchiati, fluidificare, i bustocchi dell'undici tigrati, tiro-a-Campanile, «per mettere una seria ipoteca sul fanalino di coda, con un tiro, come sul dirsi, telefonato. Pronto, con chi parlo?». Certo, questa traversa che «dice di no», è seccante...