L'inutile "gioco" di Baricco, Internet non ci eviterà gli incubi del Novecento

Lo scrittore canta l'elogio del web: strumento di conoscenza e pace. Invece è il predominio dell'artificialità sull'umanità

The Game (Einaudi, pagg. 324, euro 18) è il titolo del nuovo libro di Alessandro Baricco. Baricco è un nome famoso e affermato, per pubblico e per critica, ma per me appartiene a quel genere di scrittore e di scrittura di cui Flaiano diceva «Non l'ho letto e non mi piace» e questo spiega perché non ho mai aperto un suo romanzo.

The Game è però un saggio su Internet e dintorni, una rivoluzione tecnologica che è anche «un'insurrezione mentale», stando al suo autore, «la nostra assicurazione contro l'incubo del Novecento» recita la bandella di copertina riprendendone un brano. Per la verità, invece di «contro» la bandella scrive «conto», il che fa capire che il correttore automatico digitale di bozze non vale ancora quello «analogico» e che nemmeno l'Einaudi è più quella di un tempo. Il tema, il Novecento e il suo superamento, è però e insomma di quelli che mi interessano e questo spiega la mia eccezione in materia, che ovviamente conferma la regola.

Io di Internet so molto poco. A pagina 13 Baricco fa una lista di 16 cose e propone di mettere una x «di fianco a quelle a cui, ogni giorno, dedicate una parte non insignificante del vostro tempo». La lista in questione comprende Wikipedia, Facebook, Skype, Youtube, Spotify, Netflix, Twitter, Youporn, Airbnb, Iphone, Instagram, Uber, Whatsapp, Tinder, Tripadvisor, Pinterest. «Tantine eh? scrive compiaciuto - C'è da chiedersi come diavolo facevamo a occupare le nostre giornate, prima. Facevamo puzzle delle Alpi svizzere?».

Ora, di tutti e sedici i componenti di quell'elenco, io non ne frequento pressoché nessuno, di qualcuno ignoro persino che cosa voglia dire, non per questo mi diletto con i puzzle e sono quindi il soggetto giornalisticamente più adatto per affrontare il tema. Tommaso Giglio, mitico direttore dell'Europeo, era contrarissimo alla specializzazione, perché sosteneva che è meglio posare sui fatti un occhio vergine, anche se è più faticoso e rischioso.

Di passata, il periodo di The Game sopra riportato aiuta a capire cosa sia lo stile di Baricco, il baricchese, insomma, una specie di finto friendly, assertivo e spiritoso, pacche sulla spalla e strizzatine d'occhio al lettore-compagno-studente-allievo. Eccone qualche altro esempio: «È un punto cruciale. Necessita di una certa attenzione: per favore mettete il cellulare in modalità aereo e date il ciuccio al bambino, tanto 'sta storia che modifica il palato è tutta da dimostrare». Oppure: «Quella frase tanto brillante solo trent'anni fa mi sarebbe valsa un applauso, ma oggi, obiettivamente, dice in modo molto elegante una bella cazzata. Seccante, devo ammetterlo. Credo che andrò ad aprirmi una birra».

Altro punto di forza, si fa per dire, del baricchese, è una sorta di eccitazione oracolare, non mi viene un'altra definizione: «Quella vibrazione è il movimento in cui il reale si mette a risuonare, è la sfocatura in cui il reale assume il respiro di un senso, è il ritardo in cui il reale produce un mistero. Ed è qui il luogo, l'unico, di qualsiasi vera esperienza. Non c'è esperienza vera senza quella vibrazione. Olé». Come vedete, Flaiano aveva capito tutto.

Prima di affrontare il cuore del libro, vale la pena di fare ancora una considerazione. Il sottoscritto e Bricco appartengono alla stessa generazione, quella dei Cinquanta, anche se chi scrive lo sopravanza di qualche anno, sette per l'esattezza. Ora, nel decennio successivo dei Sessanta c'era la guerra del Vietnam e, scrive Baricco, «avevo io la minima possibilità di sapere la verità, o anche solo una semi-verità, su quella guerra? Nessuna. Per me gli americani erano buoni, alti e coi denti sani. I Vietcong erano cattivi, piccoli e coi denti marci. Fine. C'era qualcosa nel sistema d'informazione in cui sono cresciuto, che poteva affrancarsi da una simile, medievale cecità? Nulla». In sostanza, v'era «un solo telegiornale», «in casa entrava un solo quotidiano, sempre lo stesso, proprietà dell'uomo più ricco della mia città (Baricco è torinese, ndr) e d'Italia credo». Vuoi mettere con suo figlio bambino a cui il Game, ovvero Internet, concede «molte più chance di diventare un cittadino avvertito, consapevole e maturo di quante ne abbia concesse a me cinquant'anni fa?».

Ora, varrà la pena ricordare a Baricco che quando a dieci anni lui faceva ancora i puzzle delle Alpi svizzere e legittimamente credeva nell'Uomo nero, in Italia c'era già il Sessantotto, fatto addirittura anche da ragazzi nati quando non c'era nemmeno la televisione (1954) e che, per quanto senza chances, avevano letto libri e giornali diversi da quelli che campeggiavano in casa sua.

Veniamo al cuore di The Game. La rivoluzione digitale, e «l'uomo nuovo che ne è il prodotto», «un uomo fatto diversamente», è l'effetto di una fuga dal Novecento e di un rifiuto del Novecento, «un secolo che era stato tra i più orribili della storia degli umani». Ciò ha comportato l'identificazione della pace «come lo scenario migliore per far soldi», ovvero «l'unico pacifismo che possa reggere a qualsiasi emergenza». È il frutto, insomma, di un pensiero libertario e insieme di un cambio di civiltà, cambiando «non la natura degli umani», ma «gli strumenti che usano, la tecnica».

L'idea di un «uomo novo» per effetto della tecnica, più che un rifiuto-superamento del Novecento, a me sembra la sua finale consacrazione, il trionfo in quanto compimento dell'età della tecnica novecentesca e insieme una sorta di mossa del cavallo di una concezione totalitaria nata con l'illuminismo: se la natura umana è quella cosa lì, e non la puoi cambiare, anche se per un paio di secoli ci hai provato, vediamo se attraverso strumenti artificiali riusciamo egualmente a fare qualcosa di diverso, dando il predominio all'artificialità, in senso neutro, rispetto all'umanità, sempre in senso neutro. Per Baricco tutto ciò produrrà un mondo migliore, dove il movimento vince sull'immobilità, il liquido sul solido, un'umanità aumentata, in senso buono e in senso numerico, che non ha più bisogno di confini, muri, barriere. La guerra contro l'Iraq, scrive Baricco, può essere presa a emblema «di un certa reazione, possibile e primitiva, alla nuova civiltà digitale», mentre il conflitto-confine Occidente-Islam, dove «i poteri forti hanno ridotto al minimo il ricorso alle armi e controllato l'aggressività istintiva di ampie zone della popolazione» ci dice come il movimento, lo spazio aperto «in cui ogni cosa è chiamata a circolare» funziona come «un antidoto nel cuore sanguigno del sistema». Il Medio-oriente, dunque, e tutte le zone calde del mondo, dal Golfo Persico ai confini dell'ex Unione sovietica, dall'Africa subsahariana all'America latina devono insomma portare pazienza, per la pace è solo questione di tempo. Scommettere sul futuro è terapeutico, perché ti consente di mettere in mora il presente. D'altronde, come lo stesso Baricco ammette, «nessuno che sia nato prima di Google» ne risolverà le sue disfunzioni: le grandi fortezze del Novecento, Stato, Scuola, Chiese, rimaste intatte; le sue difficoltà, le illeggibili logiche «di concentrazioni di potere immense».

Il punto però è un altro. The Game è costruito come un racconto, lo story telling di cui il suo autore è un esegeta e, a suo modo, un maestro. In realtà, Baricco sostiene che lo story telling è un'altra cosa, e lo dice in lettere maiuscole: «SFILATE VIA DALLA REALTÀ I FATTI E QUEL CHE RESTA È STORY TELLING». Ovvero: «Quali che siano i tratti che rendono una verità aerodinamica, e quindi vincente, uno prevale sugli altri e ha un nome preciso: STORY TELLING».

Da ragazzo, tutto ciò l'avrei definito propaganda, ma io non ho fondato la scuola Holden di scrittura né ci lavoro, e quindi sono rimasto indietro nell'apprendimento-insegnamento. Come che sia, The Game è strutturato come la narrazione di un'esplorazione in un territorio prima sconosciuto: c'è l'epoca classica e la colonizzazione, gli altri oltre-mondo e le Maps (mappe sa di italiano, roba stantia nell'era del Game), i Commentari eccetera. Ora, questa terra non più incognita è reale per quanto artificiale, ma è sterile, è popolata di strumenti, non di contenuti propri. «Allargando tutte le porte osserva Baricco - il Game ha allargato anche quelle dei teatri, dei musei, delle librerie. Finalmente tutta quella bellezza diventava un patrimonio diffuso». Il particolare non secondario è che quadri, libri, film, musiche, sono prodotti dell'ingegno umano, non di Internet, puoi connetterli, veicolarli, condividerli, ma non li puoi sostituire.

Curiosamente, per essere un fanatico del Game, Baricco ne fa comunque un uso moderato. Per esempio non è sui social, non posta foto su Facebook, non racconta storie su Instagram, non twitta e questo, spiega, non per età, snobismo o culto della privacy. Non ci sta perché, in quanto intellettuale che scrive libri, fa spettacoli, insegna, parla, gira e scrive film, lui si racconta per mestiere da anni. È insomma già un «generatore» di oltremondo, uno che «così facendo cercava di mettere in rete quello che avevamo capito della vita, in una sorta di webing ante-litteram. È per questo che non ne sente il bisogno, anche se lo intuisce e lo capisce per quelli che non sono come lui: per fortuna («culo», dice sempre da simpatico...), privilegio, capacità. Il corollario di questo ragionamento è che l'oltremondo digitale è spesso, troppo spesso, frequentato da chi non ha un suo perché specifico nello stare nel suo mondo reale e questo, più che un game, un gioco, è un incubo. Fine della storia, o dello story telling. Naturalmente, The Game è già nella classifica dei più venduti.