L'Italia dello sport fu fatta con un ritardo di decenni

Liberali e socialisti ritenevano inutile e poco "igienica" l'attività fisica. Poi arrivò il Fascismo e cambiò tutto

È da tempo che lo sport, così com'è stato praticato nel nostro paese, riceve l'attenzione dei cultori delle discipline più diverse dagli storici ai sociologi e a ragione giacché le folle che riempiono gli stadi, le passioni e le ideologie elementari che nutrono i tifosi dicono non poco su una società, sui suoi miti, sui suoi rapporti con il potere. A dare un contributo significativo alla sottrazione di questo campo di ricerca alle sole rievocazioni giornalistiche, alle memorie dei protagonisti, alla cronistoria, è stato il gruppo di ricercatori raccolti attorno alla rivista "Lancillotto e Nausicaa", un quadrimestrale nato nell'aprile 1984 col sottotitolo impegnativo "Critica e storia dello sport". Ad animare la rivista fu, soprattutto, il compianto storico delle dottrine politiche, Luciano Russi, forse il maggiore studioso italiano del pensiero di Carlo Pisacane, ma non meno importante fu il contributo di altri studiosi come Lauro Rossi, autore di dizionari risorgimentali e di attente ricostruzioni del lungo travaglio che, a partire dalle repubbliche giacobine passando per quella romana del 1849, portò all'unità nazionale. È a Rossi che si deve ora una importante raccolta di saggi, Sport e società civile in Italia tra Otto e Novecento (Lancillotto e Nausicaa Editrice), che si leggono con vero diletto giacché alla limpidezza dello stile uniscono racconti e analisi che sono il risultato di una lunga pratica degli archivi e delle biblioteche.

Vi si apprendono - o, meglio, vi si motivano - non pochi ritardi culturali del paese in fatto di educazione sportiva nonché linee politiche che ci mostrano qualità e limiti delle nostre classi dirigenti. Naturalmente, la parte del leone la fanno gli anni del fascismo ma è comprensibile se si pensa alla scarsa attenzione dei precedenti governi liberali ad una pedagogia di massa che facesse delle attività ginniche un complemento necessario di quelle intellettuali. "Giolitti grande estimatore dello sport non era mai stato" ma gli stessi socialisti, ancora agli inizi del 900, "ritenevano lo sport altamente nocivo sia per ragioni politiche che igieniche". Non mancarono negli anni precedenti la prima guerra mondiale aperture di nuove palestre, campi di gioco, ginnasi ma quella che doveva essere la capitale dello sport, Roma, "non poteva definirsi una città dal pronunciato volto sportivo" specie se confrontata con l'Italia settentrionale.

Leggendo i vari capitoli del libro ci si fa l'idea che furono soprattutto gli eredi della democrazia repubblicana i Garibaldi, gli Ernesto Nathan a legare le sorti dello stato unitario alle nuove generazioni in grado di duellare, boxare, tirar di scherma, vogare, nuotare. Per il nazionalista Enrico Corradini, invece, gli spettacoli sportivi cari alle masse e le accademie di scherma non conoscevano più "il vero istinto agonistico, crudo e violento".

Con la prima guerra mondiale, la musica cambia: l'avvento, anche in Italia, della mass society, diventa la realtà con cui si debbono fare i conti per ottenere il consenso popolare e tra le risorse nelle quali si investe per ottenerlo non mancano l'incremento delle società sportive e l'esaltazione degli atleti che facevano brillare il nome italiano all'estero. Come c'era da aspettarsi, il fascismo puntò decisamente sullo sport e anche se non riuscì a far compiere a Roma "quel decisivo passo in avanti che la ponesse in condizioni di diventare la capitale anche sportiva della nazione", durante il ventennio "la crescita della frequentazione di diverse discipline volte all'attività fisica" conobbe "nella penisola, un salto davvero notevole" come scriveva un implacabile avversario del regime come Carlo Rosselli che, nella sua rivista, "Quaderni di Giustizia e Libertà" dava molto spazio al dibattito sullo sport in Italia. Anche Carlo Levi, intervenendo nel dibattito, ammetteva che i "successi dei colori azzurri sul piano internazionale" erano "indubbiamente cresciuti nell'ultimo decennio".

Sarebbe sciocco negare, per un male inteso spirito revisionistico, che al di là della "strumentale utilizzazione in chiave di propaganda, lo sport rappresentava uno dei punti di forza sui quali il regime intendeva poggiare il tentativo di forgiare un'carattere nuovo per gli italiani, infondendo loro, sono parole dello stesso Mussolini, "sentimento della disciplina e dell'educazione militare"; ma sarebbe, altresì, poco obiettivo nascondersi che i campioni delle varie specialità - in primis ciclismo, calcio e scherma - allevati nelle palestre fasciste assursero a miti che contribuirono non poco a unire gli italiani, tagliando le opposte tifoserie ad esempio tra Binda e Guerra trasversalmente ceti sociali e regioni storiche.

Forse Rossi è in disaccordo ma sono portato a credere che accadde con lo sport quello che si verificò con il cinema. Quest'ultimo fu definito dal duce "l'arma più forte" ma i film di propaganda furono davvero pochi (e qualcuno di assai pregevole fattura) mentre Cinecittà risultò una grande realizzazione - come avrebbe riconosciuto il regista comunista Carlo Lizzani. Analogamente, non mancarono appropriazioni indebite e omaggi al duce nelle partite internazionali di calcio- "Vincere o morire" telegrafò Mussolini ai calciatori che, nel 1938, avrebbero vinto la coppa Rimet, sotto la guida del grande Vittorio Pozzo ma le glorie della scherma (da Nedo Nadi ad Agesilao Greco) del calcio (da Giuseppe Meazza a Valentino Mazzola) del ciclismo (da Costante Girardengo a Gino Bartali) ovvero le professionalità espresse dal ventennio continuarono ad essere ammirate, esaltate e utilizzate anche dopo il 1945, segno che le stimmate del fascismo erano poi sticker superficiali (e, d'altronde, non mancò chi come Bartali, per Yad Vashem "giusto tra le nazioni", non si identificò mai con la retorica del regime). In sostanza, anche lo sport è una riprova che il fascismo fu un totalitarismo fallito, per ragioni che certo non è questa la sede per spiegare.