L'Italia (felice) della ricostruzione contro l'ideologia della decrescita

Fra 1950 e 1980 si creavano ricchezza, arte, letteratura. E ci si divertiva

Il tempo passa, quelli della mia età già hanno subito un paio di scremature statistiche e man mano che le generazioni si affacciano sulla fossa comune del tempo, anche la memoria, emozioni, odori e sapori, se ne va. Ciò che più della morte individuale è irreparabile è la fine della memoria, per mancanza di nutrimento. Ma ci sono i libri come Giuro che non avrò più fame (Mondadori, Strade Blu, pagg. 234, euro 18) di Aldo Cazzullo che permettono di mantenere non soltanto vivo il ricordo, ma il filo della storia nei ricordi sia politici che emotivi. Cazzullo è di struttura piemontese, accurato, documentato e uno scrittore capace di accendere non soltanto le emozioni di chi c'era e ricorda, ma riesce anche a costruire una memoria del passato recente, in chi non c'era e non potrebbe ricordare. La tesi di questo saggio è attuale: ci fu un'epoca quella di chi visse il trentennio 1950-1980 - in cui gli italiani non soltanto hanno ricostruito un Paese devastato moralmente e fisicamente, ma hanno anche cominciato a divertirsi e a divertirsi mentre creavano ricchezza, sia concreta che intellettuale, il meglio del cinema e della letteratura, del progresso e della tecnologia, della poesia e della visione del futuro.

Un bellissimo capitolo è dedicato a storie fantastiche e dimenticate come quella di Roberto Rossellini che molla Anna Magnani all'alba per volare a Hollywood dove lo aspettava una radiante Ingrid Bergman, mentre Aldo Fabrizi implorava una particina e un vignettista da marciapiede come Federico Fellini passava dal business di procacciare ragazze agli americani, al grande cinema. Erano i tempi «in cui si moriva di appendicite» e in cui la penicillina arrivava di contrabbando (vedi Il terzo uomo di Orson Welles). Tutti usavano gli scalcagnati mezzi pubblici o la bicicletta. E tutti erano magri per la lunga carestia, sicché un po' di pancia era considerata sexy. La povertà di oggi, con tutto il rispetto, sembra molto esagerata. Il nuovo libro di Cazzullo (di cui ricordiamo tra gli altri Basta piangere! e La guerra dei nostri nonni) è uno studio accuratissimo e di vera scrittura, privo di una esplicita posizione ideologica ma proprio per questo spietato nel mettere a nudo la povertà dell'ideologia oggi prevalente: quella della decrescita infelice e dell'assistenza a perdere. Il suo ritratto dell'Italia di ieri è una documentazione della voglia di ricostruire, di essere, di vivere, amare, esagerare, anche strafare e poi di ridere. È lo spirito che ci ricorda il piccolo capolavoro di Primo Levi La chiave a stella del 1978. Gli italiani del dopoguerra erano un popolo attivo, che cercava lavoro e l'inventava, erano un popolo spaccato politicamente ma unito in una furia energetica che faceva vivere sia l'arte che l'industria, la libertà sulla Lambretta e la musica, la scienza. Insomma, il giuramento del titolo: non essere più poveri, mai più. Voglia di creare ricchezza, non soltanto di consumarla. Era il miracolo italiano cui il piano Marshall americano aveva dato un impulso finanziario potente ma usato bene.

In modo rovesciato, il testo di Cazzullo ricorda Il Canto di Natale di Dickens, che è un vero racconto dell'orrore. Anche questa inchiesta parte dal Natale come era e come sarà. È un racconto della speranza fondata sulla memoria, riportata alla vita con trattenuta passione.