«L'Italia è una Patria da celebrare L'Europa ancora no»

Lo studioso nel suo nuovo saggio ripercorre la nascita di un'idea alla base delle moderne nazioni. E senza la quale gli Stati sono privi di anima

Non è semplice definire cosa sia la patria. Non è esattamente la Nazione e nemmeno lo Stato. Certo, ci si potrebbe limitare al senso etimologico della parola: la terra dei padri. Ma non aiuta perché non sempre i suoi confini coincidono con quelli fissati dalla cartine geografiche e non sempre corrispondono a dei precisi legami etnici: basti guardare il senso di Patria tipico degli statunitensi per rendersene conto. La situazione poi diventa ancora più sfuggente se ci si concentra sul caso italiano. Bisogna far i conti con l'antico preconcetto dell'Italia espressione geografica, con le iperboli risorgimentali e con il rifiuto assoluto della parola dell'ultimo cinquantennio. Un grosso sforzo di riflessione per tracciare i contorni di questa parola-idea l'ha fatto il professor Fabio Finotti, titolare della cattedra di Italian Studies alla Pennsylvania University di Philadelphia e docente di letteratura italiana nelle Università di Trieste e di Pola.Il risultato di questo suo lavorio intellettuale è appena uscito in libreria per i tipi di Bompiani: Italia, l'invenzione della patria (pagg. 570, euro 28). Abbiamo fatto una chiacchierata con lui sui concetti chiave che emergono dal saggio.

L'idea di patria è antica?

«Una prima formulazione la si può trovare alla base dell'Odissea. Tutto il libro è centrato sull'idea di patria come luogo in cui tornare. La patria nasce come nostalgia. Si tratta di una patria piccola, di una patria paese, di una patria che si identifica con la polis, con la propria isola. È il primo abbozzo del concetto di patria non ha ancora un senso esteso, è il luogo dei padri».

I romani, mi sembra di capire dal suo libro, fanno evolvere enormemente il concetto.

«La patria a Roma lentamente diventa qualcosa con un respiro più ampio, quel respiro che è pienamente incarnato dall'Eneide di Virgilio. I popoli italici lottarono per avere la cittadinanza romana e con questa lotta (la guerra sociale combattuta tra il 91 a.C. e l'88 a.C., ndr) fecero nascere una nuova idea di nazione. Non tanto basata sul sangue o sul luogo di nascita ma sulla cittadinanza, sull'adesione a dei valori, a dei miti fondativi. Ne nacque un'idea di romanità, di appartenenza alla Repubblica e poi all'Impero che si è diffusa in tutta Europa. E per certi versi è qui che nasce l'idea di Patria italiana».

Le due idee di patria, quella basata sul sangue e sul luogo e quella basata sull'accettazione di un insieme di valori e di simboli, da allora hanno continuato a intrecciarsi e a sovrapporsi. O no?

«Sì, certo. L'idea del comune come patria nel medioevo riprende da vicino quella greca antica. Invece il mito dell'impero come patria, quindi la patria di ampio respiro, non legata ai luoghi ma ad un'idea superiore rivive in Dante. Dante vede l'Italia come ferita dalle sue divisioni e vede la cura nella sottomissione a un imperatore tedesco. Abbastanza da far sentir male la maggior parte dei nostri patrioti ottocenteschi. Che di Dante hanno preferito non recuperare questi aspetti. Se lo sono reinventati».

Però sono stati Dante e poi Petrarca in un certo senso a reinventare l'idea di italianità...

«Sì, nel senso che Dante e poi Petrarca hanno insistito sull'idea di una Italia culturale. Dante percepisce la possibilità di una lingua comune che non c'era ancora ma che poteva nascere. Ha la forza di raccontare qualcosa che sembra vero anche se ancora non lo è. E in questo modo ne crea i presupposti. Petrarca poi farà dell'Italia una Patria ben distinta, è con lui che si ha il recupero definitivo dell'idea virgiliana».

La nazione moderna che più sembra capace di portare avanti questa idea di patria allargata e inclusiva sono gli Stati Uniti?

«Direi sicuramente di sì. Sono ancora capaci di creare miti fondativi, e dico miti fondativi in senso assolutamente positivo, capaci di far presa sulle persone e farle sentire americane. In primo luogo ci metto la libertà».

L'Europa invece stenta a diventare una patria comune, perché?

«Proprio perché è figlia di accordi commerciali e politici ma non c'è alla base nessun mito. Si può morire per difendere un accordo commerciale? Ci si può davvero sacrificare nel nome di un regolamento burocratico? Serve sempre un'elaborazione affettiva per sentirsi parte di qualcosa. Devo dire che, passando molto tempo negli Usa, mi rendo conto che una delle loro principali preoccupazioni è proprio la tenuta dell'Europa. Qualche anno fa la paura era la crisi ora è che il Vecchio continente si spezzi».

Vale anche per la nostra capacità di integrare gli immigrati?

«L'Europa è sulla difensiva, non sembra avere idee da offrire. La patria in primo luogo è un effetto dell'immaginario. Anche se questo non significa che non sia reale. Le faccio un esempio: il mondo è pieno di persone che si sentono italiane, anche se a stento ricordano la nostra lingua e se sono fuori dai nostri confini. E in fondo è un grosso limite non considerarle come parte integrante della Patria italiana».

Ecco, negli ultimi cinquant'anni il termine patria per molti è diventato indigesto, soprattutto in Italia. Però non sembra se ne possa fare a meno...

«Il rifiuto nel nostro Paese è stato particolarmente forte. In parte è un fenomeno legato al fatto che il fascismo aveva portato avanti una fortissima identificazione tra il partito e l'idea di Patria. Con la caduta del regime l'idea di Patria è stata confusa col nazionalismo fascista. Alcuni intellettuali come Calamandrei cercarono di mantenere vivo il termine rivendicando un idea diversa di Patria ma non funzionò. Eppure non è un'idea di cui si possa fare a meno».

Commenti

RawPower75

Ven, 04/03/2016 - 13:50

A nessuno viene in mente che costringere Paesi così diversi a sottostare a regole troppo rigide possa essere l'origine di tutti i mali europei?