Loach torna in Irlanda Il suo eroe «normale» vince a tempo di jazz

In Jimmy's Hall il regista disegna con la consueta abilità la vita dei semplici. "È stata una faticaccia ma non è il mio ultimo film"

«Fra sopralluoghi, casting, riprese, post-produzione, sono stato via di casa per quasi due anni e alla mia età diventa faticoso. Così avevo pensato che Jimmy's Hall sarebbe stato il mio ultimo film. Adesso, ho cambiato idea: diciamo che mi accontenterò di fare film meno pesanti».
A 76 anni, Ken Loach, qui a Cannes è il patriarca. Solo Jean-Luc Godard è più anziano di lui, ma non essendo presente al Festival in carne e ossa, la Palma d'oro per l'età va al suo collega inglese. Del resto, Loach è un habitué della rassegna: dodici presenze, il premio per il miglior film nel 2006, con Il vento che accarezza l'erba, ambientato nell'Irlanda degli anni Venti, il tempo dell'indipendenza e della guerra civile. Jimmy's Hall, ovvero «Il dancing di Jimmy», racconta ancora quel Paese e in fondo la stessa epoca, appena un decennio dopo, quando fra irlandesi ci si ammazza di meno, ma odi, passioni, rancori rimangono, aggravati da una crisi economica che il crack oltreoceano di Wall Street contribuisce a peggiorare: le rimesse a casa degli emigranti irlandesi negli Stati Uniti diminuiscono, Stato, Chiesa e proprietari terrieri hanno il loro da fare per mantenere i privilegi e insieme tenere a bada i disoccupati e la povertà che monta.
«Sotto questo aspetto - dice il regista- ci sono dei paralleli con l'oggi. Allora la crisi del '29 provocò dieci anni di abbassamento del livello di vita, oggi viviamo la stessa situazione, con una sinistra che non sa più che dire e un dibattito politico concentrato su partiti di destra fra loro diversi. I più deboli sono quelli che maggiormente ci rimettono, i più giovani quelli che non vedono un futuro e in Irlanda si è tornati a emigrate... Insomma, lo ieri e l'oggi si assomigliano: crisi finanziaria eguale depressione economica».
Il film racconta la storia, romanzata, ma vera, di Jimmy Gralton che dieci anni dopo essere stato costretto ad andarsene per le sue idee, ritorna in Irlanda con l'intenzione di accudire la vecchia madre, occuparsi della fattoria e godersi la tranquillità economica che negli Stati Uniti si è costruito. Ha fatto il minatore, il tassista, il cameriere, lo scaricatore, il marinaio, ha sgobbato, insomma, e ora vorrebbe riposarsi. Ma una volta a casa non riesce a resistere all'idea di riaprire il vecchio centro sociale che un decennio prima aveva messo su come luogo d'incontro dove fare musica, dibattiti, corsi di disegno, pomeriggi di lettura. In quell'angolo sperduto e impoverito del suo Paese, ricostruisce, insomma, un luogo di aggregazione che, grazie all'esperienza americana, si arricchisce della musica jazz, una novità eccitante per i suoi compatrioti, ma ritenuta pericolosa dalle gerarchie ecclesiastiche...
Ken Loach ha come sempre la mano felice nella scelta degli attori e Barry Ward che incarna Jimmy sullo schermo è perfetto nel ruolo di un uomo amabile, ma convinto delle proprie idee, generoso, capace di calore umano, e però non una testa calda. Gli fanno corona attori che sono facce tipiche dell'Irlanda di sempre. Alla fine, l'avventura del dancing non durerà più di un anno. Verrà bruciato da chi teme la musica e la danza come espressione di libertà, e lo stesso Jimmy si ritroverà nuovamente espulso, senza processo, perché considerato un «immigrato clandestino» con passaporto americano...
Il film ha tutti gli elementi classici di quello che è il tocco di Loach, sentimento e ironia, la vita dei semplici e le prepotenze dei più forti, la dignità nel non volersi arrendere. Ciò che lo rende distante dallo spettatore è il raccontare qualcosa di reale che però settant'anni dopo suona inverosimile. Storicamente vero e insieme storicamente molto più complicato, il tema della religiosità usata come braccio politico e strumento di repressione lascia nel film più perplessi che appassionati.
Loach è un regista politicamente impegnato, ma non fa film di propaganda pura e semplice. «Non credo che il cinema possa modificare il dibattito politico. Può creare delle risonanze, sollevare delle domande, scuotere dei pregiudizi. Non gli si può chiedere di più».
SS