Lorin Maazel

Dotato. No molto di più: superdotato. Un caso piuttosto unico. Ad assicurarlo erano loro, gli orchestrali, ammirati per come Lorin Maazel riusciva a cogliere le più impercettibili sfumature del suono.
Americano, ma nato a Parigi, di origine ebrea russa, 84 anni portati con incredibile scioltezza, Maazel era “Il direttore”. Ma anche violinista altrettanto prodigioso. Lo abbiamo visto più volte sdoppiarsi durante i concerti del Capodanno viennese. Un campione nel settore e dunque capace di assicurarsi cachet d'oro. Altro tratto distintivo: era un bulimico nell'arte e nella vita: dirigeva, imbracciava il violino e pure componeva: opere in scena nei teatri di punta, Scala e Covent Garden compresi. Andava fierissimo della sua opera, 1984, su testo di George Orwell. Era poi un divoratore di libri. Nella sua splendida tenuta in Virginia aveva creato anche una bottega di perfezionamento con annesso festival. Stravedeva per i cavalli, competizioni annesse, e il bello in generale. Cosa che dimostrò anche sposando l'attrice Dietlinde Turban.
Dei suoi 84 anni, 73 erano stati spesi sul podio, conducendo 200 orchestre. Incise 300 dischi firmando 7mila concerti e opere. Numeri che non spaventano quest'uomo elegantissimo, dal fare sornione, souplesse francese e senso del business americano. «Le cose vengono fatte una per volta, giorno per giorno. Una prova, un concerto, un'incisione. Certo dopo 73 anni si fa la somma. Ma tendo a concentrarmi su quel che faccio, senza fare calcoli. E poi ho fatto molto di più» ci spiegò in un recente incontro. Quel «più» erano la montagna di libri divorati nei frammenti di tempo libero perché «la letteratura - osservò - mi ha impedito deragliare, di sprofondare nel nostro mondo di stress e invidie. Ha modellato le mie attitudini, obiettivi e percezioni». Leggeva anzitutto i classici, La Repubblica di Platone, I Fratelli Karamazov di Dostoevskij, Il rosso e il nero di Stendhal, Macbeth, il nostro Pirandello. Testi che, a suo dire, riescono a «squarciare il velo dell'ipocrisia e delle delusioni che indossiamo tutti i giorni». Amava leggere, ma anche scrivere: su quel blog dove annotava le riflessioni e impressioni di viaggi, visite. Aveva un debole per Puccini: «nessun compositore è riuscito a entrare nell'animo umano, quello più puro e incorrotto, come fece lui in opere come Madama Butterfly. Ci mostra la bellezza che c'è in noi prima che si sgretoli nella banalità della vita quotidiana».
In Italia lavorò assiduamente. Era atteso in gennaio sul podio dell'orchestra Santa Cecilia di Roma, per esempio. Pronto a correggere il tiro di noi italiani, impagabili esterofili. Per cui difendeva il buon nome dei nostri complessi orchestrali: «i complessi del Maggio, di Santa Cecilia, della Scala, della Rai di Torino non sono secondi a nessuno. Certo, le grandi orchestre hanno bisogno di grandi direttori che dovrebbero però essere invitati a lavorare in Italia», disse. E ancora. Rimarcava come una serie di compositori e teatri godessero di più rispetto e appeal presso gli stranieri che gli italiani, non propriamente angeli custodi della cultura nostrana.
Si è spento lasciando un profondo vuoto. Quel suo affabile dinamismo sembrava renderlo immortale.