L'ostilità per De Felice? Un esempio sinistro di uso politico della storia

Il termine «revisionismo» ha una lunga storia. Divenne popolare grazie a Eduard Bernstein, il quale lo utilizzò nel 1899 per sostenere la necessità di rivedere le tesi di Marx messe in crisi dal mancato verificarsi delle condizioni che avrebbero dovuto portare al crollo del capitalismo. Venne subito condannato dai sacerdoti dell'ortodossia marxista ed entrò a far parte del lessico marxista come un'ingiuria infamante. Dopo la rivoluzione russa e la costruzione del «paradiso terrestre», venne utilizzato per liquidare quanti mettevano in dubbio il primato ideologico di Lenin. Durante il «terrore» staliniano, l'accusa di «revisionismo» non fu solo infamante: trasformò l'avversario in «nemico oggettivo», in criminale irrecuperabile da eliminare per il futuro della società comunista.Nel corso di un faccia a faccia con Norberto Bobbio, Renzo De Felice sintetizzò questo processo ricordando come all'origine dell'uso negativo del termine «revisionismo» ci fosse stato proprio il comunismo: «Sono le polemiche fra le varie correnti del pensiero marxista che l'hanno fatto diventare un'offesa mortale. Chiunque metteva in discussione la linea vincente del partito, chiunque pretendeva di discutere i fondamenti della teoria marxista diventava automaticamente un pericolo politico. Per questo revisionismo è diventato un termine spregiativo. Chi non ricorda il revisionista Bernstein o il rinnegato Kautsky? Il momento cruciale fu costituito dalla vittoria dei bolscevichi sui menscevichi, che portò con sé la critica a tutti i socialismi che non riconoscevano la supremazia ideologica del partito di Lenin. Con Stalin il revisionismo diventa addirittura un crimine contro lo stato guida, il comunismo in un paese solo, l'internazionalismo proletario».De Felice non si curò mai troppo della definizione di «storico revisionista» che i suoi avversari gli avevano cucito addosso per demonizzarlo e ottenerne l'emarginazione dalla comunità storiografica. Ma fece bene a rammentare le origini del «revisionismo» perché, in tal modo, smascherò il carattere ideologico dell'accusa di riscrivere la storia stravolgendo o capovolgendo risultati e interpretazioni acquisite. Che l'accusa fosse ideologica è evidente, quanto meno perché intendeva preservare la purezza di una vulgata storiografica, cioè un'interpretazione «canonica» o ufficiale della storia, debitrice, nell'Italia repubblicana e antifascista, dell'egemonia culturale marxista e azionista. La sua virulenza si vide nel linciaggio morale cui venne sottoposto lo studioso e nella richiesta di allontanarlo dalla cattedra.Poco importa che molte delle sue tesi dalla distinzione tra fascismo regime e fascismo movimento all'individuazione del ruolo dei ceti medi emergenti, dal riconoscimento dell'esistenza di un consenso diffuso alla precisazione delle differenze tra fascismo e nazionalsocialismo siano, ormai, patrimonio acquisito della più avvertita storiografia internazionale. Poco importa che alcuni di coloro che, all'epoca, furono tra gli «aggressori» neghino l'aggressione pur ribadendo la «pericolosità» delle tesi dello studioso che avrebbero avuto una implicita valenza politica portando sia alla riabilitazione e rivalutazione del fascismo sia allo «sdoganamento» culturale e politico dell'estrema destra e alla sua legittimazione.Quel che conta è che De Felice venne arruolato d'imperio nelle schiere revisioniste, senza curarsi della sua insofferenza per tale etichetta. Più volte egli fece notare come la sua storiografia non si muovesse alla ricerca di «assurdi revisionismi». Sosteneva che «qualsiasi storico è un revisionista», come lo fu Tito Livio rispetto a Polibio, ma solo nella misura in cui «comincia il suo lavoro dal punto in cui sono arrivati i predecessori, per completare e modificare, aggiungere e cambiare, chiarire e approfondire». Nel suo caso, la ricostruzione del fascismo non aveva «niente di revisionistico», si limitava a «riempire buchi nello studio dei fatti» con lo studio di documentazione prima sconosciuta o ignorata: «per lungo tempo ci si è basati su un numero limitato di fonti e testimonianze. A un certo punto si è sentita la necessità di andare più a fondo, di entrare dentro la realtà del fascismo, che fino ad allora veniva presentato come una monade compatta. Così si è capito che al contrario essa fu fatta di tante cose: uomini, gruppi di interesse, situazioni storiche in evoluzione, idee e utopie. Solo sulla base di questi dati reali oggi si può cominciare a giudicarlo e criticarlo».La posizione di De Felice è chiara. Cionondimeno i nemici accostarono al suo nome e alla sua opera quell'aggettivo «revisionista» che lo ha notato con ironia Sergio Romano «conteneva una nota di biasimo, era pronunciato a bocca storta e suggeriva implicitamente ai lettori la stessa cautela che i preti raccomandano ai loro allievi nel momento in cui debbono autorizzare la lettura di un libro interdetto». L'utilizzazione dell'aggettivo «revisionista» per l'opera di De Felice fu un esempio paradigmatico di «uso politico della storia» effettuato in malafede. Anche perché i guru della sinistra radical-marxista dimentichi che i discorsi di tipo «revisionista» avevano avuto origine dalle loro parti con i piagnistei di Piero Gobetti e Antonio Gramsci sul Risorgimento tradito o incompiuto crearono un'assurda e ambigua comunità ideale di «revisionisti» nella quale inserirono, indistintamente e senza discernimento critico, da una parte, i «negazionisti» che sostenevano l'irrilevanza dell'Olocausto o mettevano persino in dubbio i campi di sterminio nazisti, e, dall'altra parte, studiosi come Ernst Nolte, François Furet, Andreas Hillgruber, Zeev Sternhell, oltre a Renzo De Felice.Questi ultimi erano studiosi veri che hanno consentito alla storiografia, ognuno a suo modo, di fare salti di qualità. Eppure anche per essi, secondo De Felice, la qualifica di «revisionista» avrebbe dovuto essere usata, per dir così, con le molle. Era stato accreditato, infatti, un «concetto generale» di «revisionismo» responsabile di una surrettizia demolizione dei valori etici dell'antifascismo e della Resistenza. Su di esso De Felice si limitò ad osservare: «questi discorsi sul revisionismo come entità unitaria, come una specie di mostro che ha come obiettivo la distruzione di tutta una serie di valori etici, culturali, politici dell'antifascismo, francamente non mi convincono». E aggiunse: «questo revisionismo unico e indirizzato a comuni obiettivi è un argomento del tutto polemico, non ha un fondamento». Ma i professionisti della crociata anti-defeliciana hanno continuato a brandire come un'arma, nei confronti del biografo di Mussolini, l'accusa di «revisionismo». Senza rendersi conto che si trattava, ormai, di un'arma spuntata.