Ludendorff, il teorico delle camere a gas che non pagò il conto

Matteo Sacchi

È stato l'uomo più potente della Germania. Almeno durante la Prima guerra mondiale. E la sua tattica, basata solo sull'attrito, ha dissanguato l'esercito tedesco. Ed è stato anche il primo teorico dello sterminio degli ebrei tedeschi. Dopo aver ridotto alla fame (morirono di stenti a centinaia di migliaia) i civili, accusò la borghesia ebraica di accaparramento e di aver tradito la Patria. Arrivò a dire che gli ebrei avrebbero dovuto essere uccisi con gli stessi gas che sui campi di battaglia avevano ucciso i soldati del Kaiser. Eppure, nonostante questo apocalittico ruolo, il generale Erich Ludendorff (1865-1937) nei libri di storia viene spesso citato appena, compare di straforo. Fa capolino solo come sodale di Hitler nel fallito Putsch di Monaco del novembre 1923. E dire che in quel caso il futuro Führer coinvolse l'ex comandante in capo dell'esercito tedesco a cose fatte... Il putch è una delle poche cose di cui è difficile incolparlo anche se finì per sposarlo obtorto collo. Stranamente però questo maniacale prussiano si è visto amnistiare anche tutto il resto. Elenca invece con grande precisione tutte le sue responsabilità la biografia appena pubblicata da Newton Compton: L'uomo che creò Adolf Hitler (pagg. 286, euro 9,90).

I tre autori - Will Brownell, Denise Drace-Brownell e Alex Rovt - hanno ricostruito con precisione la folgorante carriera di questo ufficiale prussiano che si fece largo nell'esercito tedesco nonostante provenisse da una famiglia di piccolissima nobiltà rurale. Ludendorff si distinse sin dai tempi dell'accademia militare per una forma quasi folle di stacanovismo. Allo scoppio della Prima guerra mondiale amicizie a corte non ne vantava, anzi, non pochi altri ufficiali lo trovavano fastidioso. Ma era capace come nessuno di memorizzare un'enorme quantità di dati. Quando la situazione sul fronte russo si fece disperata Hindenburg lo volle a Est come secondo comando. La maniacale mente di Ludendorff entrò subito in azione. Iniziò a misurare gli spostamenti delle truppe non più in ore ma in minuti. Non tollerava sbagli, gli bastava un nulla per ricorrere alla corte marziale. Tutti descrivevano il suo sguardo dietro il monocolo come terrorizzante.

Ma i risultati non si fecero attendere: sorprese e annientò le truppe russe sfruttando la loro divisione in due tronconi. E questo lo trasformò in un eroe nazionale. Iniziò la sua ascesa all'interno dell'alto comando. Sempre sul fronte Est fu Ludendorff ad avere un'altra idea geniale. Fu lui nel 1917 a rispedire Lenin, in un treno blindato carico di oro tedesco, in Russia per far crollare dall'interno quel che restava dell'Impero zarista. La fine del conflitto con i russi gli avrebbe così consentito di mandare ad Ovest tutti i suoi soldati. Ma la sua «genialità» si esaurì lì. Assieme al generale Erich von Falkenhayn - credevano che bastasse colpire a ripetizione sul fronte francese per spezzare le reni a Parigi - mandò al macello centinaia di migliaia di tedeschi. Per carità, gli attacchi erano pianificati al millimetro ma non c'era una prospettiva generale. Non bastasse, sottovalutò la combattività degli americani e definì così i carri armati inglesi: «Catorci senza un futuro». Giorno dopo giorno, pur conquistando inutile terreno, la posizione dei tedeschi diventava sempre più disperata. Mentre Lenin si rivelava ben più pericoloso del previsto... Alla fine i soldati tedeschi semplicemente smisero di combattere. Se Ludendorff era un uomo macchina, loro non lo erano. Nella furia della sconfitta Ludendorff voleva trovarsi un colpevole. Scelse gli industriali ebrei. Poi conobbe un caporale bavarese e la storia ci ha raccontato come è finita. Ma le colpe di Ludendorff sono in gran parte finite sotto il tappeto. Sino a oggi.

Commenti

ma.ven.

Ven, 05/08/2016 - 15:11

«Sottovalutò la combattività degli americani»? Gli americani hanno i mezzi, ma sono i peggiori combattenti della storia. Questo lo sanno tutti, tranne i servi e chi si pasce di balle hollywoodiane. Lo storico inglese Martin Gilbert nella sua “Grande storia della Prima guerra mondiale” (2 volumi ripubblicati proprio dal Giornale nel 2002) sostiene che gli americani se ne stettero per quasi tutto il tempo ad “addestrarsi” nelle retrovie. Furono inviati al fronte una sola volta e si coprirono di vergogna al punto da esserne subito ritirati. Altro che «combattività»…