"Mad Max", western apocalittico Cannes parte con effetti speciali

Il nuovo episodio della saga è un'euforia di solitudine e decadenza Con Charlize Theron rasata e monca. E un'atmosfera surreale...

da Cannes

Con un giorno di ritardo, Cannes 68 ha avuto la sua inaugurazione con Mad Max: Fury Road , quarto episodio di una saga che data ormai più di trent'anni, perfetto esempio di cosa possa essere il cinema muto, ovvero l'immagine come essenza, applicato però al XXI secolo, sintesi e choc, iper-reality e frenesia, due ore e passa a tempo di carica, al termine delle quali non resta nulla e però ci sta tutto, catastrofismo, effetti speciali, solitudine e decadenza. Non sono solo gli dei a essere morti, ma anche gli eroi hanno fatto il loro tempo. Sopravvivere è tutto ciò che si può fare, in un'atmosfera che richiama quel bel romanzo di William Golding che era Il signore delle mosche . Lì toccava a dei bambini celebrare il culto del massacro, qui è tornato a essere il regno e l'orizzonte dei grandi.

Trenta e passa anni fa, nel 1979, Max era Mel Gibson, giaccone di cuoio, sudore, polvere e petrolio. Era poco più che ventenne, nuca possente, souplesse felina, occhiali da sole neri. «Sono riusciti a trovare qualcuno ancora più tosto» sembra abbia detto a proposito di Tom Hardy ( Locke , Inception , Bronson , fra i suoi ultimi film) e non è un complimento da poco. L'idea che potesse esserci anche lui a passare il testimone, è stata saggiamente evitata. «Ve lo immaginate Sean Connery che fa un'apparizione in un James Bond con Daniel Craig?» spiega il regista George Miller. Comunque, per un buon quarto del film, Max-Hardy campeggia con una museruola d'acciaio sul volto, e anche questo vorrà pur dire qualcosa. I miti cinematografici, si sa, sono duri da smontare.

Del resto, è Furiosa, guerriera in fuga e in cerca di redenzione, il «motore» intorno a cui ruota il film. Le manca il braccio destro, ma tutto il resto è il volto e il corpo di Charlize Theron, cranio rasato per meglio sopravvivere in un mondo meccanico dove regnano guerrieri al testosterone. Amputata anche della sua fertilità, la sua ribellione è il rifiuto verso chi, non potendola usare come fattrice, ne ha fatto una replica del maschio combattente.

Alla base dell'idea di Mad Max è un libro degli anni Cinquanta, L'eroe dai mille e uno volti , di Joseph Campbell, studio sulla permanenza dei miti in cui si metteva in evidenza come, in tutte le culture, esista sempre e comunque il viaggio dell'eroe, in cerca di avventure prima, impegnato a tornare a casa dopo. Solo che in un mondo post-apocalittico, dove la terra è per gran parte contaminata e le città non esistono più, il concetto di casa è un'idea e non una realtà. La sola moneta di scambio è il petrolio, che serve ad andare da qualche parte anche se non c'è nessun luogo dove valga la pena di andare. In Fury Road , al petrolio viene aggiunta la maternità: solo chi è in grado di assicurarsi una progenie razzialmente pura e sana può perpetuare il potere, anche se non si capisce bene a cosa possa servirgli, visto che non c'è più nulla da possedere. Se non il dominio sugli altri esseri umani.

Settant'anni, australiano, pochi film all'attivo ( Le streghe di Eastwick , Babe , Happy Feet ), un passato come medico di pronto soccorso, George Miller arriva a pensare al primo Mad Max proprio in virtù della sua esperienza in corsia. I morti per incidenti stradali sono in Australia l'equivalente dei decessi per armi da fuoco negli Stati Uniti. L'auto è un totem, un simbolo di cultura individualista che porta alla morte chi lo guida e lo inalbera. Mad Max è questa cosa qui, il regno delle auto che prendono il posto dei cavalli del cinema western, l'«on the road» che vede poliziotti della stradale (tale era Mad Rockatansky nella sua prima apparizione) alle prese con i fuorilegge su due, quattro, otto, ventotto ruote: moto, camion, articolati e cingolati, armati di frecce, lanciafiamme, arpioni, gru, mitragliatrici e bombe, la chitarra elettrica al posto della tromba delle cariche di cavalleria, la frenesia del mondo postmoderno tornato allo stato selvaggio dell'«homo homini lupus».

Violenza, musica martellante, montaggio frenetico, gusto barocco in stile peplum, Fury Road strizza l'occhio alla contemporaneità. Ci sono i guerrieri suicidi che si immolano sperando nel paradiso promesso, il tiranno sconfitto il cui corpo viene dato in pasto ai suoi ex sudditi, i convogli militari che scarrozzano con bandiere nere…Orgia di metallo, brutali irruzioni del colore, dialoghi ridotti ai minimi termini, nessun trucco numerico, sei mesi di riprese in Namibia, un'équipe di 900 persone, il film ha goduto di un budget di 150 milioni di dollari. Il primo Mad Max ne era costati trenta. «Allora eravamo un piccolo gruppo di rockers in un garage. Adesso abbiamo messo in scena un'opera punk magniloquente», dice Miller. Un altro segno dell'Apocalisse prossima ventura.