Mangiare la nostra Ombra ci guarisce dalle malattie

Metabolizzare la propria parte oscura sprigiona nuove energie e depura la psiche. Come il corpo

U n vento nuovo si sta forse alzando nel mondo della scienza, dove sono ormai visibili percorsi e direzioni di sviluppo molto diverse. Da una parte chi è ansioso di sostituire l'uomo come oggi appare (e i suoi modi di riprodursi), in quanto «antiquati» rispetto alle potenzialità di sviluppo tecniche. È la prospettiva dell'uomo artificiale o fabbricato, proposto da postumanesimi e transumanesimi, supportati da tecnoscienze molto interessate alle conseguenti applicazioni tecniche e industriali. Dall'altra si valorizzano invece le enormi capacità di rinnovamento e cura, individuate negli ultimi decenni da campi come la biologia cellulare e le neuroscienze, con la loro dimostrazione delle innate potenzialità di autotrasformazione del corpo umano, come si è formato nel corso dell'evoluzione ed è oggi. Il corpo, ed anche la psiche, sono in grado di guarire, «ripararsi» e sviluppare sempre nuove capacità: nell'aiutarlo in queste imprese la scienza ha enormi prospettive, spesso appena intraviste.

Questi due orientamenti erano presenti anche nell'assegnazione del premio Nobel per la fisiologia e medicina. I giurati dovevano scegliere da una parte tra il biologo giapponese Yoshinoro Ohsumi e le sue scoperte sull'autofagia (da lui individuata negli anni 60-70 e già vecchia conoscenza della storia delle medicine), e dall'altra le nuove tecniche di manipolazione del Dna. Si trattava di servire il sapere del corpo nelle sue capacità di guarigione, o di sostituirsi ad esso. La giuria del Nobel ha scelto Ohsumi, e le sue ricerche su come applicare la genetica all'antico sapere della capacità del corpo di ripulirsi dagli elementi danneggiati e non più utilizzabili. Questi lavori confermano, nella ricerca pratica, quel pensiero dell'individuazione che era stato alla base (proprio dagli anni '60 in poi) dell'opera di Gilbert Simondon, filosofo della scienza e biologo, fondatore del Laboratorio di psicologia generale e di tecnologia della Sorbona, impegnato a tener insieme i tre campi di ricerca: quella biologica, quella psicologica e quella tecnica. Che non possono andare ognuna per conto proprio, senza correre il rischio di abbandonare il loro comune protagonista: l'essere umano.

In realtà si provò comunque a separare i percorsi, ma con grandissimi rischi, poi denunciati dai grandi numeri di patologie raccolti dalla ricerca clinica. Quando l'uomo non ha più cura di sé, e la delega interamente alla chimica, diventandone dipendente, si ammala e muore. Lo psichiatra americano Angus Deaton, Nobel della medicina nel 2015, quando venne a ritirare il premio aveva appena terminato con la moglie Ann Case, una ricerca su un'epidemia diffusa negli ultimi 15 anni tra americani bianchi, non-ispanici fra i 45 e i 54 anni, con un livello di istruzione medio-basso. Fra loro il tasso di mortalità invece di continuare a diminuire come avviene da tempo, dal 1998 ha invertito la direzione ed è in costante aumento, portando alla morte nel periodo ben mezzo milione di uomini, con intossicazioni involontarie da farmaci (soprattutto antidolorifici), droghe, eroina, alcol, cirrosi, diabete, e suicidi. Nei grafici, l'impennata più forte, fin dal millennio, è quella degli avvelenamenti da antidolorifici, seguita dai suicidi, e delle epatopatie croniche. Come se questi maschi bianchi si avvelenassero per evitare il dolore e la responsabilità personale di attraversarlo, per cambiare. Il processo per certi versi opposto a quello presentato questo anno da Ohsumi che lavora sul riconoscere i problemi e affrontarli, distruggendo ciò che va abbandonato.

L'anno scorso la ricerca di Deaton chiariva quanto faccia ammalare il rifiuto a ogni costo del dolore, l'ingozzarsi di antidolorifici, droghe, cibi, sostanze che lo addormentino e mascherino, fino a morirne. Quest'anno, nel lavoro di Ohsumi il passaggio guaritore è il digiuno, nel quale la cellula viene «affamata» e la sua energia moltiplicata e rafforzata con una sostanza naturale (dall'altissimo valore simbolico): il lievito del pane, per poter poi aggredire, circondare e distruggere gli elementi non più vitali e intossicanti.

Il digiuno fu, d'altra parte, una costante delle terapie mediche, psicologiche e spirituali. Nella tradizione cristiana ortodossa, come in quelle orientali, il monaco va nel deserto (dove non c'è nulla) per individuare meglio i suoi mali e aggredirli con la forza che proprio il digiuno (ben noto alla cultura giapponese, cui Ohsumi appartiene) gli dà. Questa pratica è tutt'oggi seguita nei conventi, ma anche nelle cliniche più avanzate, appunto per liberarsi da vecchie e pervasive intossicazioni. D'altra parte anche Ivan Illich aveva dimostrato, nella Nemesi medica e altrove, come la guarigione sia sempre un processo morale oltre che biologico. Che parte dalla consapevolezza della sacralità del corpo, e prende forza negli aspetti etici della malattia e della sua trasformazione.

La psicologia analitica poi, dove il mondo spirituale è visto come forza indispensabile alla guarigione («si guarisce solo Deo concedente» dice C.G. Jung) considera l'autofagia psichica un passaggio obbligato della guarigione psicologica. In essa la parte oscura della psiche (l'Ombra, quella che nel corso della vita abbiamo rifiutato per condizionamenti esterni, paure personali, opportunismi esistenziali) contiene importanti energie di guarigione assieme ad elementi privi di vita e quindi intossicanti. Per guarire occorre dunque (ricorda il poeta e terapeuta americano Robert Bly) passare dall'indispensabile operazione di: mangiare la nostra Ombra, attività di riconoscimento e distinzione che ci consentirà di distruggere ciò che non è più metabolizzabile, e trasformare gli aspetti che proprio questo lavoro di separazione avrà invece reso pienamente vitali.

Insomma, i robot stiano pure al loro posto. L'uomo è perfettamente in grado di ripararsi, e anche di morire con dignità, quando è il momento. Lo fa da millenni, senza troppi lamenti. Le scienze devono servire lealmente le sue capacità, come ottimamente stanno facendo gli ultimi Nobel per la medicina.

Commenti

manfredog

Sab, 08/10/2016 - 14:43

Giusto. Si studi e si scopra tutto quel che si può scoprire, ma non si perda mai di vista l'uomo nella sua più intima e completa semplicità, che è vivere, godere senza far soffrire il prossimo, far godere il prossimo per quel che si può, soffrire il meno possibile e morire con dignità. La scienza deve progredire in ciò, anche la genetica, cercando di far nascere bambini più sani possibile (non razze perfette, intendiamoci, quella è un'altra cosa) e cercando di curare più possibile le malattie; questo è il bene. mg.