Marco Petrus, aria nuova nelle «Vele» di Scampia

Francesca Amé

Il profilo delle Vele di Scampia a Napoli lo conosciamo: una grande onda di cemento grigio. Solo se ti avvicini scorgi i colori: sono le lenzuola ai balconi, gli abiti appesi alle finestre oppure i murales su muri scalcinati. Dentro: cunicoli, passaggi e ponticelli. Le Vele di Scampia, simbolo di Gomorra e di un'urbanistica che pare voler fare del male ai cittadini, nascono da un'idea Franz Di Salvo, che le progettò tra il '62 e il '75, con alte ambizioni: s'ispirava alle unités d'habitation di Le Corbusier e del resto erano gli anni in cui l'Italia si ostinava a razionalizzare gli edifici delle periferie (il Corviale di Roma, lo Zen di Palermo), senza capire che l'eccesso di rigore avrebbe generato mostri, cattedrali per celebrare microcriminalità, disservizi, emarginazione.

Ora le Vele sono al centro di una mostra di Marco Petrus, artista che indaga le forme architettoniche nelle sue creazioni su tela. Ha dipinto infatti palazzi e spazi urbani di Milano, città in cui vive, di Marsiglia, Londra, Shanghai: le sue Vele di Scampia, 25 grandi dipinti, sfilano alle Gallerie d'Italia di Palazzo Zevallos Stigliano, sede museale di Intesa Sanpaolo, a Napoli (fino al 3 settembre, a cura di Michele Bonuomo). Non si chiamano Vele, ma Matrici. Un lavoro che ha richiesto due anni per maturare, e senza visite sul campo da parte di Petrus: «Ho meditato a lungo prima di decidere come procedere: le Vele non sono un palazzo qualsiasi. Gomorra e tutto ciò che ne è seguito le ha trasformate in un simbolo. Le guardavo nelle foto e pensavo alle Carceri di Piranesi, con i loro percorsi aggrovigliati e impossibili. Oppure agli scatti di Gabriele Basilico in una Beirut semidistrutta». Petrus non cavalca l'onda di denuncia alla Saviano, non fa nemmeno un make-up in pittura: si lascia assorbire dalle forme e dai colori di Scampia. Prende le Vele e le scompone, analizzandone i rapporti compositivi, i rimandi di ombre e luci, il profilo. Le trasforma in qualcosa d'altro, le rende irriconoscibili. «L'architettura per me è un pretesto, non intendo rappresentare con un edificio l'anima di una città», dice. Certo, nelle Vele è così evidente l'utopia fallita di un'architettura che punta all'eccellenza e che genera invece ghetti, da rendere i lavori di Petrus, con i cieli blu cobalto, la luce zenitale, i quadretti rossi e gialli, un'alternativa possibile, almeno nell'immaginazione.