Dal «mausoleo» Maxxi a City Life, il rapporto «storto» con l'Italia

Angelo CrespiJean Clair li ha definiti cenotafi, tombe vuote. Sono i nuovi musei del contemporaneo, cattedrali che dovrebbero servire a sacralizzare ciò che dissacra, ma che spesso più che luoghi pensati davvero per l'arte sono semplici celebrazioni in vita dell'archistar di turno. Così è il Maxxi di Roma che rischia di essere ricordato come il mausoleo di Zaha Hadid. Il nome dell'architetto iracheno-britannico è infatti legato indissolubilmente al museo romano e alle polemiche che ne hanno contraddistinto il percorso fin dalla gestazione. Progettato nel 1999, inaugurato nel 2010, dopo un tour ad ostacoli nell'italica burocrazia, il museo costato 150 milioni di euro, da subito, ha mostrato i limiti del progetto, quasi non fosse stato pensato per contenere opere se non al massimo - le geniali trovate di De Dominicis tipo La mozzarella in carrozza: enormi spazi di fatto non allestibili, scale e controscale, l'ultimo piano in salita, ampie vetrate da cui entra luce diretta non compatibile con i quadri. L'edificio in calcestruzzo, pur magniloquente nei suoi 20mila metri quadri, non è diventato neppure una vera icona come è accaduto al Guggenheim di Bilbao di Frank O. Gehry per via della superfetazione architettonica che già contraddistingue Roma e forse per la posizione defilata rispetto al Colosseo, al Vittoriano, alla Cupola di San Pietro... Certo il rapporto tra l'Italia e la Hadid non ha funzionato neppure benissimo a Milano, dove, a City Life zona ex Fiera, sta sorgendo un suo grattacielo già soprannominato lo storto che, con i sodali il curvo(di Libeskind) e il dritto (di Isozaki), dovrebbe modificare ulteriormente lo skyline meneghino. Ma se anche lo storto dovesse rivelarsi una cosa dritta, ben fatta, gli edifici residenziali a fianco con inserti in legno e balaustre in vetro sui terrazzi nonostante le rassicurazioni dell'architetta di calare gli edifici nei luoghi sembrano piombati, tra le ville Liberty, direttamente dalla Costa Azzurra anni Novanta.Zaha Hadid è stata uno dei massimi interpreti del Decostruzionismo, il movimento che s'inventò una poetica di distruzione dell'ordine vitruviano. Ora questa moda sembra agli sgoccioli, ma lascia sul campo delle città una serie di costruzioni fatte, obbligatoriamente, di linee sghembe che sembrano funghi, spesso velleitarie e fuori luogo rispetto ai contesti urbanistici.