"Da Mennea ho imparato a realizzarmi"

La fiction sul campione in onda su Raiuno il 29 e il 30

«La fatica non è mai sprecata. Soffri, ma sogni». Questa frase, Michele Riondino, se l'è ripetuta spesso. Ogni volta che, tribolando per correre dietro a Pietro Mennea, ha trovato che quelle parole incoraggiassero la sua fatica di attore. E la simbiosi fra il velocista più amato dell'atletismo italiano, e il suo interprete in Pietro Mennea - la freccia del sud (miniserie diretta da Ricky Tognazzi su gloria e umanità del grandissimo campione, in onda su Raiuno il 29 e 30 prossimi) è stata perfetta.

Riondino: perché Mennea?

«Perché non mi sarei lasciato sfuggire un ruolo simile per alcuna ragione al mondo. Mi considero un privilegiato, ad averlo interpretato».

Come ha fatto a diventare Pietro Mennea?

«Non ho puntato alla somiglianza fisica, anche se ho imparato a correre in maniera sporca come correva lui, quanto agli inconfondibili elementi del suo carattere. Il coraggio, innanzitutto. Quello di un ragazzo di Barletta che, in una città senza una pista, con un fisico senza alcuna qualità, contro il parere di tutti, punta dritto al podio più alto. E riesce incredibilmente a salirci: campione mondiale, olimpico, assieme a tutto un mondo - il sud - che è lo stesso dal quale vengo anch'io».

Quindi una volta tanto è vero che personaggio ed interprete hanno qualcosa in comune.

«Verissimo. Anch'io mi sono scontrato coll'incredulità di chi mi circondava, anch'io ho dovuto sradicarmi dalla mia terra e dai miei affetti, per trovare infine me stesso».

Ci sono poi la forza di volontà, l'ostinazione, il perfezionismo, il caratteraccio, persino.

«Che sono altrettante facce della qualità più grande di Mennea: la forza di volontà. Pensi che mentre correva per il record del mondo sui 200 metri piani, a Città del Messico, vedeva nella corsia accanto alla sua il suo primo rivale, Tommie Smith. Ed io, la notte prima di girare quella scena, ho sognato di correrla nella corsia accanto a quella di Mennea!».

Che significa, per un attore, recitare correndo?

«Noi siamo abituati ad esprimere sentimenti in un arco di tempo normale; non alla velocità d'un recordman del mondo. E invece ciascuna delle gare raccontate dalla nostra fiction racchiude sentimenti molto precisi - dolore, paura, felicità - dentro non più di 8, 9 secondi. Ed io ho dovuto esprimerli tutti con la stessa, fulminea rapidità».

E cosa può avere in comune la storia d'un simile campione, con quella d'uno spettatore qualsiasi?

«Moltissimo. Perché la storia di Mennea è una metafora. Rappresenta la corsa contro il tempo. Che poi è la stessa che ciascuno di noi corre per riuscire a realizzare se stesso».