Metropoli globalizzata contro provincia: ecco la sfida politica del nostro futuro

Il dibattito culturale francese entra nel vivo di un problema strettamente legato all'ondata populista. Le piccole realtà non si sentono rappresentate. Come spiega Onfray

Il populismo sarà pure il male del secolo (il ventunesimo), certo è il convitato di pietra di queste presidenziali mai così incerte, ma mai, a detta di un po' tutti gli osservatori, così deludenti. Nelle librerie, i titoli che tengono banco hanno tutti lo stesso leit-motiv, il malessere che viene dal basso e che non trova né sponda né comprensione in alto, il cosiddetto Paese reale che sempre più non si riconosce in quello legale. È una storia vecchia, si dirà, e alla fine, da almeno un trentennio a questa parte, in Francia tutto si aggiusta, la politica trova il suo leader e il popolo si riconosce (più o meno) in lui Solo che in questo arco di tempo, da Mitterrand a Hollande, passando per Chirac e Sarkozy, se i leader si sono succeduti è la politica a essere scomparsa e la previsione, fatta proprio da Mitterrand, che dopo di lui ci sarebbero stati soltanto semplici amministratori, condannati a eseguire, perché impossibilitati a comandare, si è rivelata esatta: è l'Europa che traccia il solco, ma l'aratro, qui come in molte altre nazioni, si trova senza terra da difendere.

La France qui gronde (Flammarion), di Jean-Marie Godard e Antoine Dreyfus, racconta un Paese in cui l'esasperazione monta, Dans quelle France on vit (Fayard), di Anne Livet, già inviata di guerra in Cecenia, è la cronaca in presa diretta del malessere delle piccole città, Plus rien à faire, plus rien à foutre (Laffont), di Brice Teinturier, direttore dell'istituto Ipsos, la presa d'atto di un sentimento di rifiuto che rischia di essere un nuovo soggetto (im)politico. E ancora: Le mépris du peuple (les Liens qui libèrent), di Jack Dion, mette in pagina il disprezzo nei confronti dell'«oligarchia che ha preso in ostaggio la società», Le Moment populiste (Pierre Guillaume de Roux), di Alain de Benoist, rilancia l'idea che destra e sinistra non ce la facciano più a rappresentare il popolo, mentre sempre per lo stesso editore, La France périphérique, di Christophe Guilluy, analizza l'etnicismo di un Paese e la trasformazione della sinistra da popolare a elitaria, una nuova borghesia intellettuale e garantita come classe sociale di potere

Proprio a sinistra, è più evidente l'impasse di chi si ritrova a condannare il populismo, ma vorrebbe comunque salvare il popolo. È quello che per esempio si prova a fare Michel Onfray nel suo Décoloniser les provinces. Contibutions aux présidentielles (l'Observatoire), primo volume di una serie che si concluderà con Zéro de conduite, perché quello che lui vede al termine del percorso elettorale è una Francia ingovernabile. Se vince Emmanuel Macron, ha detto al Figaro Magazine, il suo «primo compito, il giorno dopo, sarà prendere conoscenza di ciò che Bruxelles ha stabilito e obbedirvi scrupolosamente. Avremo allora la stessa politica di Hollande, Sarkozy, Chirac e poiché le stesse cause producono i medesimi effetti, tre quarti dei francesi saranno delusi e una buona parte scenderà a manifestare in strada Se vince Marine Le Pen, scoppieranno subito dei disordini e poiché ancora per una settimana Hollande resta in carica come presidente della Repubblica, responsabile della polizia e dell'esercito, cosa credete che farà? Hollande ha sempre pensato che o lui o il caos, è un Machiavelli sorridente, non dimentichiamolo».

In Décoloniser les provinces, Onfray prova a tracciare un percorso che vada oltre l'ingovernabilità: non nasconde la decadenza, che è quasi una condizione esistenziale della Francia, cerca di conviverci. La sua proposta è una rivoluzione pacifica che rompa con il centralismo e riannodi un'idea comunitaria e autogestionaria, una sorta di girondismo corretto dal pensiero di Proudhon. Quello di Proudhon, spiega, è stato fatto passare per socialismo utopico, «ma la messa in pratica del cosiddetto socialismo scientifico ha dimostrato che, semmai, l'utopia era quella marxista. Proudhon non ha mai fantasticato su una fine della storia, un uomo nuovo, un messianismo rivoluzionario, un'umanità riconciliata. Marx era un intellettuale che non aveva mai lavorato, come Lenin. Proudhon era l'esatto contrario e ha pensato il reale a partire dalla realtà e non da finzioni intellettuali e libresche».

Vivendo in provincia, non avendo mai voluto traferirsi a Parigi, Onfray conosce bene le realtà locali: «Le piccole città muoiono e le metropoli sono socialmente patogene» sintetizza. Sulla scorta di Proudhon, che era antigiacobino e detestava Robespierre e il Terrore, vorrebbe «una rivoluzione dolce dell'economia: mutualismo, cooperative, banche popolari, federalismo». Si rivolge a una sinistra «che esiste, ma è invisibile nella nostra configurazione giacobina, statalista e centralizzata». La definisce «la sinistra di una giovinezza che si propone di fare la rivoluzione senza prendere il potere. Gli agricoltori che producono e vendono fuori delle grandi catene di distribuzione, i giovani di talento che lavorano su Internet in modo dolce e libertario, le associazioni di volontariato, i media indipendenti, gli artisti che evitano i circuiti commerciali»

Naturalmente, Onfray è consapevole che il suo non è che un progetto: visto il neo marxismo dominante culturalmente, «non ha altro scopo, per il momento, che far conoscere la possibilità di un'altra opzione repubblicana: libertaria, federativa». Ma, come spiega al giornalista del Figaro Magazine, il vero punto della situazione politica attuale è che «da Maastricht la Francia ha rinunciato alla sua sovranità e dunque non potrà fare nessun'altra politica che quella di Bruxelles. Gli unici due candidati che propongono di uscire da questa camicia di Nesso erano Jean-Luc Mélenchon e Marine le Pen. Ma si tratta di due giacobini emblematici e il primo, sotto il pretesto di ridare il potere ai francesi mal dissimula un ferreo giacobinismo visibile nella sua costante passione per Robespierre e altri noti dittatori del pianeta. Quanto alla seconda, si nasconde dietro a un referendum, non si capisce perché, visto che su altri soggetti dice chiaramente ciò che intende fare».

Secondo un sondaggio Ipsos, oltre il 70 per cento dei francesi diffida della propria classe politica, più del 50 per cento vorrebbe votare «per un candidato che difenda la gente comune contro le élites», il 69 per cento vorrebbe regolarizzare le frontiere, il 51 per cento è per la priorità dei francesi sul mercato del lavoro, ancora più del 70 per cento c'è l'ha con i privilegi di chi sta al potere. E però, di fronte alla domanda se sia necessario un cambiamento radicale, solo il 40 per cento risponde sì. È il paradosso di un Paese che è contro il sistema, ma all'ultimo momento si tira indietro. È quello che fa la forza di Emmanuel Macron, che capitalizza il consenso giocando da un lato sul rifiuto dei vecchi apparati politici del sistema, e dall'altro sulla difesa dei principi fondamentali del sistema stesso. Cambiare tutto per non cambiare niente, o applicare vecchie ricette con nuove teste sembra essere ciò che molti francesi vogliono, divisi fra la loro adesione ai valori dominanti e la constatazione di un declino nazionale. Il paradosso è ancora più evidente se si tiene conto che il «fenomeno Macron» pesca all'interno dei due principali partiti, quello socialista e quello repubblicano post-gollista, che però sono fra loro in competizione da più di quarant'anni. Ciò fa sì che se fosse eletto dovrebbe crearsi una maggioranza di centro per governare, ma le legislative riconsegnano ai partiti tradizionali il boccino del potere e Macron corre il rischio di essere il presidente fragile che si trova un primo ministro imposto e non scelto. È già accaduto, ma è proprio questo il problema della Francia dell'ultimo trentennio. Si sa già come andrà a finire e però si va lo stesso ad assistere allo spettacolo.