Mezzogiorno: "La tenerezza è ritrovare un padre perso"

L'attrice protagonista del nuovo film di Amelio che esplora i legami familiari messi a dura prova

Mezzogiorno di fuoco. Sotto la cenere di un'apparente freddezza, cova l'ardore di un profondo attaccamento ai legami familiari e a un lavoro che Giovanna Mezzogiorno, tra le nostre attrici più brave, riprende in mano dopo cinque anni di assenza. La nascita dei suoi gemelli Leone e Zeno, infatti, le aveva causato uno stress tradotto in affaticamento e aumento di peso, il contrario di quello che ci vuole per stare sulla scena. Ma adesso l'interprete dell'Ultimo bacio è tornata in forma, come dimostra nel drammatico film di Gianni Amelio La tenerezza (nelle sale dal 24), liberamente tratto dal romanzo di Lorenzo Marone La tentazione di essere felici (Longanesi). Nei panni d'una traduttrice dall'arabo, che lavora nei tribunali di Napoli e soffre a causa del pessimo rapporto con suo padre, scorbutico avvocato dal passato poco limpido, esplora ogni sfumatura dell'amore filiale. «La mia Elena non è una vincente ma una persona che ha grande dignità. Suo padre la mette duramente alla prova, ma alla fine i due si ritrovano: il loro legame è più forte d'una contemporaneità, dov'è difficile vivere e respirare», spiega questa giovane signora vestita come una quieta borghese di Torino, dove vive con il marito.

Le accurate méches bionde e la maglia beige, la gonna lunga e gli stivali parlano d'una femminilità serena, lontana dall'ossessa che a teatro, in Sogno d'autunno di John Fosse, l'ha vista folle d'amore. E lontana dalla Giovanna ragazza, spesso spigolosa nei rapporti sociali. «A chi non è successo perdersi nei meandri amorosi? Io ho amato molto. Ho sofferto. Anche nel film di Amelio sono una donna sofferente, ma tenace. Tenace nel prendersi cura di un padre ostico. Un uomo respingente e così antipatico... Eppure lei vuole questo papà. Lo vuole amare. Lo vuole ritrovare». Aggirandosi nei vichi d'una Napoli rumorosa e smagliante, assai diversa dalla napoletanità camorristica cui ci ha abituati Gomorra, l'attrice è madre singola d'un bambino che viene sottratto alla scuola dal nonno, lei consapevole. «Qui, quando i figli crescono, il padre non li ama più. Eppure, un figlio, o un padre, sono per sempre». Ed è quanto si vede nel finale alla Ladri di biciclette, con la figlia che si fa prendere la mano dal padre ritrovato. «La vera felicità non è il viaggio verso qualcosa, ma tornare a qualcosa». Com'è stato lavorare con Amelio, autore complesso ed esigente? «Una grande occasione. Dove l'importante è sapersi abbandonare. Lasciare che il personaggio venga da solo, per accoglierlo a braccia aperte. Si può leggere un copione, ma poi arriva il momento in cui non hai più il controllo. E vieni portato non sai dove: questo è il momento migliore. E lo scopri quando vedi il film», rivela Giovanna, a maggio nuovamente a Napoli per girare il thriller Napoli velata, diretta da Ferzan Ozpetek, che nel 2003 la valorizzò nel mélo La finestra di fronte. «Sono passati quindici anni, da allora. E sia io che Ferzan siamo felici di tornare insieme, per vedere come siamo cambiati, entrambi. Che cosa ci è successo. No, non sarà La finestra di fronte 2, ma un noir con una storia che è come un pugno nello stomaco».

Partenope nel cuore, dunque, anche perché è la città di suo padre Vittorio. «Da tempo ho fatto pace con gli eventuali complessi che potevano derivarmi dall'essere figlia di un attore così noto e amato. Io e papà ci assomigliavamo, anche se siamo diversi. Ho i suoi colori, a volte ripeto i suoi gesti, almeno mi dicono. E poi adoro Napoli, l'unica città che riconosco dall'odore e dall'atmosfera. Tutti cerchiamo qualcosa che abbiamo vissuto e non c'è più. Tutti viviamo con un nocciolo di nostalgia per ciò che è finito».

Mamma Cecilia Sacchi viene da una famiglia intellettuale del nord, papà Vittorio era un uomo del sud, ambienti molto diversi... «Venivano da mondi opposti, che si sono fusi. Io dentro ho due mondi: ho molto della borghesia nordica e molto della cultura partenopea».

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