"Mi racconto la vita come una fiaba paurosa ma con un lato comico"

L'autrice di "Mai più sola nel bosco" è cresciuta con le storie dei fratelli Grimm. "Lì trovavo tutto"

Combattiamo mostri così spaventosi ogni giorno, da adulti, che è difficile farci tornare alle fiabe con il timore, «il gusto della paura», che meritano. Ci riesce Simona Vinci in Mai più sola nel bosco (Marsilio, pagg. 160, euro 12), nuova uscita della serie Passaparola, che prevede l'incontro tra un libro «speciale» e uno scrittore. Qui il libro sono le Fiabe dei fratelli Grimm, un'esperienza letteraria che ha annodato le nostre paure bambine a luoghi che prendono vita, cose che ringhiano, animali incantati, matrigne che uccidono e briganti che sbranano. Nel volumetto, la Vinci riesce bene a farci risentire l'odore, le luci e il sapore di quelle paure di lettrice - Cappuccetto Rosso nel bosco, Gretel che spinge nel forno la vecchia strega - mescolato con quello dell'infanzia sua propria. Ma anche con l'altro, più ambiguo e amaro, della consapevolezza adulta, che genera colpe e divieti.

Perché proprio i Grimm?

«Da bambina esisteva solo quel libro di fiabe, il primo che ho letto e che è rimasto sempre con me».

Come è nato il suo senso di «horror» fiabesco?

«Non so se siano state le fiabe a condizionare la mia visione della realtà oppure, viceversa, io sia stata attratta proprio da queste fiabe per via della mia particolare predisposizione a un certo tipo di perturbante. Fatto sta che nei Grimm io trovavo tutto: regole, sovvertimento delle regole, morale cui attenersi ma anche possibilità di ribellarsi. C'erano le trasformazioni, le metamorfosi, l'orrore e le vie di fuga dall'orrore. Un senso del magico che rispondeva ai miei bisogni infantili».

La fiaba nutre e cura insieme il rapporto con la paura?

«La paura, come scriveva Shirley Jackson, è anche qualcosa di deliziosamente divertente, un piacevole brivido che tutti amiamo provare fin da bambini. È la scossa che si prende quando si attraversa il limite di sicurezza, come sporgersi nel vuoto. È piacevole, naturalmente, fino a che hai la certezza di essere al sicuro, che una mano buona ti tratterrà dal cadere giù».

Quella mano è la fiaba?

«La fiaba ti offre questa certezza quasi sempre: il lieto fine di solito, dopo peripezie, pericoli e orrori, c'è. Un certo ordine, magari diverso da quello iniziale, si ripristina. Le fiabe servono ad allenarsi a un possibile mostruoso, ti fanno vedere le possibilità che hai di controbattere il male, di fregarlo».

La sua fiaba dei Grimm preferita?

«Una è la storia delle dodici figlie del re che scendono nel mondo di sotto ogni notte a ballare e consumano le suole delle scarpe. Un'altra, Re bazza di tordo, della quale non ho scritto ma che da ragazzina mi piaceva tantissimo, è la storia di una principessa alla quale non va mai bene nessun pretendente e li piglia tutti in giro per i loro difetti fisici finché suo padre non si scoccia e le dice che sposerà il primo viandante che bussa alla porta del castello. Da quel momento comincia la sua nemesi e deve scendere ogni gradino della scala sociale fino all'umiliazione per comprendere quanto sia stata superba e ingiusta. Non so neanche perché mi piacesse tanto. Forse mi sembrava di essere cattiva e di avere qualcosa da espiare».

L'Assoluto - Male o Bene - evocato dalle fiabe: ha ancora senso costruirci una morale sopra?

«Credo di sì. Alla fin fine i bambini di fronte a un personaggio negativo e a uno positivo parteggiano sempre per quello positivo. Anche se si divertono a imitare il cattivo per incutere agli altri la stessa paura che il cattivo delle storie ha fatto provare a loro».

Nei suoi romanzi rimane qualcosa del racconto fiabesco?

«In ognuna delle storie che mi è capitato di scrivere: mi racconto sempre la vita come se fosse una fiaba spaventosa. Macabra, ma con un lato comico».

La fiaba ha dato o dà qualcosa anche al suo stile?

«Mi piacciono i simboli, le storie misteriose, la piega che prendono quando qualcuno scompare in circostanze incomprensibili e nessuno riesce a immaginare dove possa trovarsi. Mi piace immaginare che gli alberi abbiano una volontà propria, che esistano aiutanti magici nascosti tra rocce, sassi, fiumi. Ogni volta che comincio un racconto penso anche a questi aspetti».

C'è un motivo per cui accetterebbe di andare sola nel bosco?

«Per ritrovare l'intrepida, avventurosa, folle curiosità che avevo da bambina e che in fondo mi faceva contenta di me come da tempo non sono più. Avrei bisogno di un aiutante magico, ma quelli si trovano sempre. Il più è avere la prontezza di tendergli la mano e seguirlo: da adulti spesso si diventa lenti e pigri e pusillanimi».