"Il mio sbirro dal cuore nero nella Parigi sotto il nazismo"

Arriva in Italia la serie che ha per protagonista un poliziotto antisemita e ossessionato dal sesso

Fumettista, cineasta e scrittore, il francese Romain Slocombe esce in Italia con Il caso Léon Sadorski (Fazi), primo titolo di una serie di noir ambientati nella Parigi occupata dai nazisti con al centro un personaggio scomodo e originale.

Com'è nata l'idea di scrivere una serie di romanzi ambientati nel '42?

«Nella mia infanzia - sono nato nel 1953 - quasi tutte le conversazioni familiari che sentivo erano legate al guerra che i miei parenti avevano vissuto in modo quasi romantico. Tutti erano stati molto fortunati. Vi faccio alcuni esempi: mia madre ha attraversato la linea di demarcazione, tra la zona settentrionale occupata e la cosiddetta zona sud libera, quella del governo Vichy, in uno scompartimento ferroviario, con il passaporto britannico e nessun lasciapassare: ha beneficiato della generosità di un giovane ufficiale tedesco che non l'ha arrestata. A Londra durante il blitz aereo, una bomba ha attraversato l'appartamento dei miei nonni senza ferirli. In Cecoslovacchia, nel 1945, mio padre e due suoi commilitoni - francesi assoldati come lui nell'esercito degli Stati Uniti - vinsero uno scontro grazie alla resa di una divisione delle SS vicino a Praga. Il ritorno fu un trionfo con loro a bordo di una Jeep americana e dietro tutta la divisione dei prigionieri! Ma la mia famiglia non conoscevano la Parigi occupata dai tedeschi, poiché tutti i miei erano fuggiti dal nazismo».

E quindi ha sentito l'esigenza di raccontare l'altro lato di quel periodo...

«Parigi è la città in cui sono cresciuto e volevo fare un ritratto di questa città occupata dal nemico, dal 1940 al 1944. Non c'erano molti noir o romanzi polizieschi in Francia che rappresentassero quella situazione con realismo. Mi dispiace, ad esempio, che nella serie del commissario Maigret, Georges Simenon, uno scrittore che ammiro molto e che ha scritto nella Francia occupata, non abbia mai ambientato le inchieste del suo personaggio in quell'epoca».

Aveva già raccontato quel periodo in altri romanzi?

«Sì in due romanzi, tra cui Monsieur le commandant del 2011, che ha avuto un grande successo ed è stato pubblicato in Italia da Rizzoli col titolo Signor comandante, nel 2013».

E successivamente ha creato una vera e propria serie che riprendeva quel periodo...

«Il mio editore stava cercando una serie con un protagonista malvagio, antipatico, che denuncia gli ebrei per gelosia. Ho subito pensato a un poliziotto francese coinvolto nella repressione della Resistenza e negli arresti di ebrei. Avevo già della documentazione su un personaggio del genere».

Ci può descrivere Léon Sadorski, il protagonista della serie?

«È un piccolo ufficiale di polizia: è Vicecapo Ispettore. Il suo desiderio di fare carriera non si avvererà. E questa sua posizione di grado intermedio lo rende insoddisfatto sia nei confronti sia dei superiori che dei subordinati. Mi sono ispirato per il mio personaggio al vero Louis Sadosky. Un uomo considerato dai suoi superiori come un ispettore molto laborioso e motivato. È stato un uomo violento che spesso ha colpito gli uomini e le donne che faceva arrestare. Il quartier generale della polizia diventava spesso un luogo di tortura dove gli ebrei e le spie comuniste che lavoravano per la Resistenza perdevano ogni diritto».

Cosa ha aggiunto al vero Sadosky?

«Superando lo spunto iniziale, mi sono immaginato un tipo testardo e brutale, ma anche una specie di lupo solitario, odiato dai suoi colleghi. Léon Sadorski non è coraggioso. È testardo e contraddittorio. Potrebbe salvare un ebreo dalla deportazione ma sfrutterà persino l'angoscia di una giovane donna per esercitare il suo comportamento e abusarne sessualmente... Il mio personaggio è piuttosto ossessionato dal sesso. Pur avendo una moglie affascinante, Yvette, Sadorski - che pure è antisemita - è affascinato dalle donne ebree, sente per loro un'attrazione travagliata. A poco a poco capisce cosa sta succedendo in Polonia, la soluzione finale, e si spaventa. Ma lo affascina mandare queste giovani donne verso la morte. A livello politico non è quello che di solito viene chiamato un collaborazionista, perché odia i tedeschi, li trova stupidi e arroganti. Ha combattuto contro di loro nella guerra del '14-'18... Sadorski è un patriota e un pétainista, crede nella figura del maresciallo Petain, che salverà la Francia e ripristinerà l'ordine... Sadorski è un uomo del popolo, con tendenze socialiste, ma di destra».

Perché ha scelto un protagonista così sgradevole?

«Perché odio fare la stessa cosa che fanno gli altri. I romanzieri che parlano dell'Olocausto, ad eccezione di Jonathan Littell con Le benevole, considerano il loro eroe una vittima resistente o ebrea dei nazisti. È normale ma non particolarmente interessante. Si impara molto di più sul Male mettendo in scena il personaggio principale che lo esercita. Sadorski ripete spesso in questa serie che il poliziotto è al centro delle cose, una frase che Albert Camus fa pronunciare a uno dei suoi personaggi nella commedia Il giusto. Con l'ispettore Sadorski come guida, il lettore entra nella realtà dell'occupazione nazista, si trova faccia a faccia con il Male. Un Male che a volte è molto ordinario. Sadorski è un uomo brutale e spiacevole, ma in tempo di pace il peggio che potrebbe fare è procurarti un biglietto più costoso del treno, per pura malvagità. Non è affatto un serial killer. In tempo di guerra questo tipo di uomo può diventare terribilmente pericoloso perché ha potere di vita e di morte su coloro che hanno la sfortuna di attraversare il suo cammino».