«Il mio schiavo si ispira a Poitier e a Goya»

da Los Angeles

Un volto noto al cinema, ma dal nome sfuggente. Oltretutto un nome difficile da scrivere e pronunciare: Chiwetel (ciuitel) Ejiofor (egiofor), attore inglese di origine nigeriana, conosciuto da quando, nel lontano 1997, recitò in Amistad di Steven Spielberg. Quell'epica sul traffico umano dall'Africa all'America schiavista fa ora da contraltare alla nuovo film epico sullo schiavismo, 12 Years a Slave (in Italia 12 anni schiavo) di cui Ejiofor è protagonista assoluto. Candidatura al Golden Globe per lui, molte nomination per il film, grande entusiasmo per i prossimi Oscar: i bookmaker lo danno già vincente, film e lui, Chiwetel, Globes e Oscar. In 12 Years a Slave di Steve McQueen (nessuna parentela con il mitico interprete di Bullit, questo McQueen è nero doc), scritto da John Ridley, Ejiofor interpreta il ruolo di Solomon Northup, dal cui libro di memorie del 1853 il film è tratto. Solomon era un nero libero, un violinista, che una notte sfortunata viene rapito e venduto a un cotoniere della Louisiana. Ritroverà la libertà solo 12 anni dopo, per miracolo. Il film è stato co-prodotto dalla Plan B di Brad Pitt, che recita il breve ruolo del falegname yankee, politicamente corretto verso la fine del film. Michael Fassbender è il sadico padrone bianco, mentre Lupita Nyong'o è la ragazza nera amata da Solomon, anche lei molto apprezzata per questo film che sembra aver toccato un nervo ancora scoperto sul tessuto sociale statunitense. Il pubblico ricorderà Ejiofor in film come 2012 (il geologo Adrian), Children of Men (il militante di un gruppo radicale che aiuta gli immigranti) e anni addietro in Love Actually (è lui il bello di colore che sposa Keira Knightley). Lo abbiamo incontrato a Los Angeles per il lancio di 12 Years. Ejiofor, 36 anni, fa oramai da anni il pendolare tra Hollywood e Londra.
Mr. Ejiofor, come ha affrontato il personaggio di Solomon per 12 Years a Slave?
«Con enorme apprensione. All'inizio ho esitato, non mi sentivo all'altezza. Non dico di recitarlo, ho buone basi tecniche teatrali e so di avere una discreta gamma interpretativa: ma non riuscivo a introiettarlo, a renderlo parte di me. Del resto è la prima storia che io abbia letto che narri la schiavitù dal di dentro, in prima persona. Una soggettiva dell'esperienza schiavile in America di stravolgente autenticità. Ma poi mi sono calmato: il mio compito era solo narrare una storia, non la storia della schiavitù in genere».
Solomon ha una personalità e un portamento di grande stoicismo. A chi si è ispirato come attore?
A Sidney Poitier e a quel tipo di presenza forte, alla dignità di colui che ci trasporta con passo fermo in un territorio inumano. Ci sono tante fonti di ispirazione. Per tono e struttura delle immagini ci si è ispirati anche a certi dipinti di Goya, che dipingeva immagini atroci di campi di battaglia, eppure quei suoi quadri trasudano bellezza, che quasi ti rassenerano l'animo».
Sono state riprese difficili?
«Certo. Se quello che fai ti viene facile, allora forse è meglio non farlo, questa è la mia filosofia della recitazione. Mi ha aiutato molto il rapporto con tutti i membri della troupe, c'è stata grande armonia e abbiamo passato degli splendidi mesi insieme. Perfino col mio aguzzino - nel film intendo - Michael Fassbender: siamo diventati grandi amici. Nel tempo libero giocavamo a paintball: mi ha perseguitato anche in quel gioco!».
E Brad Pitt?
«Brad è intervenuto abilmente come produttore, e con la sua presenza ha aiutato non solo a finanziare il nostro film, ma anche a farlo decollare. Mi è parso una persona sensibile e intelligente, molto professionale, dedito al lavoro e alla ricerca di bei film, magari piccoli ma che vogliano dire qualcosa».
E dopo 12 Years a Slave?
«Ho girato una miniserie per la BBC intitolata Dancing on the Edge, in cui interpreto il leader di una band di jazz tutta di neri. Ho ricevuto una candidatura al Golden Globe anche per questo progetto. Sono andato in Congo per svolgere ricerche su Patrice Lumumba, il liberatore del paese dalla dominazione belga, per una piéce teatrale che farò a Londra tra qualche mese, A Season in the Congo. A teatro, dove mi sono formato, tornerò sempre.
Tra 12 Years, The Butler, il nuovo film su Mandela e Fruitvale Station è un ottimo momento per il cinema nero, non le pare?
«È vero, ma quello che più apprezzo è constatare come tutti questi film siano diversi uno dall'altro. Si tende a unirli tutti indistintemente nella categoria “black experience”, ma per me l'importante è appunto la loro diversità».