Miracolo, un film sulla crisi senza la solita retorica

da Cannes

La crisi economica approda in concorso a Cannes, ma la lotta di classe, per i fratelli Dardenne che filmano insieme Deux jours, une nuit, non abita più qui: le classi sociali hanno smesso di esistere e la solidarietà, quando c'è, rimane un atto individuale.
Sandra è operaia in una piccola impresa (diciassette dipendenti), ultimamente assente dal lavoro causa una depressione. Piangeva troppo, si era scoperta fragile. Quando il congedo malattia sta per finire, apprende che i suoi colleghi di lavoro hanno accettato un premio-produzione in cambio di una riduzione d'organico: uno in meno, ed è lei che sarà fatta fuori. Qualcuno poi, il capo reparto, ha fatto capire che se così non fosse, potrebbero nascere guai un po' per tutti, e quindi quasi tutti si sono allineati. Il premio (mille euro) fa comodo, e Sandra dopotutto è l'anello debole della catena. Non è sempre stato così, ma, si sa, raramente ci si ricorda degli aiuti ricevuti, mentre si è sempre pronti a sottolineare le mancanze altrui. Tramite l'appoggio dell'unica collega di lavoro rimasta al suo fianco, Sandra ottiene che la proprietà sposti la decisione al lunedì successivo, con una nuova votazione. In pratica, ha il fine settimana per convincere gli altri a salvare lei, ma a dire addio al bonus...
Belgi, Jean Pierre e Luc Dardenne (già due volte Palma d'oro a Cannes) sono da anni i cantori di piccole storie di provincia: giovani coppie senza denaro, femmine sole alla deriva, bambini sballottati, esistenze precarie e marginali, problemi di droga, società miste dove i legami sociali di un tempo non esistono più e la tradizione ha smesso di significare qualcosa. In Deux jours, une nuit, mettono in scena qualcosa di più solido, dal punto di vista familiare: la coppia rappresentata da Sandra e Manu non è in crisi, ci sono due bambini accuditi e non abbandonati, e insomma la minaccia arriva dall'esterno, è qualcosa di cui non sono direttamente responsabili, a meno di non stabilire che ammalarsi è una colpa...
Girato con la consueta bravura, il film non è a tesi: niente capitalismo assassino, né, come già osservato all'inizio, la classe operaia che va in paradiso. Dice Jean Pierre Dardenne. Un film non è un tribunale e non ci interessava nemmeno l'aspetto politico, la militanza, cose così. Al contrario, Deux jours, une nuit punta l'obiettivo sulla psicologia della sua protagonista. «Sandra è una donna indebolita dalla sua malattia», spiega Luc Dardenne. «Abbassa le braccia fin da subito, e in fondo pensa che i suoi compagni di lavoro non hanno tutti i torti. Si sente in colpa, ha interiorizzato questa sua condizione. È solo grazie alla sua collega Juliette, e a suo marito, che accetta di combattere, ed e è allora che un meccanismo di guarigione, e di solidarietà, si mette in moto».
Sandra è Marion Cotillard, spogliata dai Dardenne di tutta l'allure che il successo internazionale le ha dato (Midnight in Paris con la regia di Woody Allen, Contagio con quella di Steven Soderberg, e ancora, Un'ottima annata, The Immigrant, Inception, l'Oscar come migliore attrice per La Môme...) e consegnata a una ordinarietà di t-shirts da grandi magazzini, jeans, pizza, e a una fragilità psicologica che è l'altra faccia di un fisico minuto, magro, rastremato. «C'è una frase che pronuncio nel film che spiega come si senta Sandra all'inizio della storia», dice la Cotillard: «Non sono niente». È tipica di chi, di fronte a un licenziamento, pensa di non avere più un ruolo, un senso. «Molti suicidi nati dalla disoccupazione nascono proprio da questo stato d'animo». Ciò che rende interessante Deux jours, une nuit è che in fondo i suoi protagonisti sono tutti su una stessa barca. Il bonus serve agli altri operai per pagare fatture, affitti, per nessuno è un lusso, ciascuno deve far quadrare i conti. Lo stesso vale per il cambiamento di chi, non essendo considerata «performante» nella ditta in cui lavora, e quindi sacrificabile, dimostra invece di avere la forza e il coraggio necessari per rimettersi in gioco. Deux jours, une nuit ci dice sulla realtà degli attuali rapporti di lavoro, sulla difficoltà a uscire dall'emergenza economica, sulla necessità di trovare nuovi ammortizzatori sociali e, insieme, morali, all'altezza della situazione, più di un trattato di economia. Dove possano arrivare i professori della Bocconi, lo abbiamo già sperimentato.