Montherlant: la nobile forza di un "torero" indifferente

Inviso sia a Pétain sia ai "resistenti" non si curava dei processi né degli onori. Spiritualmente uomo del Rinascimento era un incrocio fra Pascal e de Sade

Viveva come un imperatore in esilio. Dai giovinetti che si lambiccava a sedurre, piccoli Dioniso in carne e sangue, si faceva leggere le pagine che raccontavano di Napoleone a Sant'Elena. Per altro, «per resistere, doveva pensare a Cortès sessantenne, disgustato da tutto, che chiedeva al re il permesso di conquistare un nuovo mondo» (Giuseppe Scaraffia). Mentre accarezzava le sette schegge di granata conficcate nel corpo ancora atletico, risultato delle epiche imprese durante la Prima guerra, da cui risorse baldo e medagliato, manco fossero le sette stelle dell'Orsa maggiore, Henry de Montherlant, dall'appartamento parigino, ammirava annoiato i pupazzi di Philippe Pétain e i festoni al vento del Terzo Reich.

Profilo aristocratico, vezzi misogini, «io vivo nella solitudine perché mi sono conquistato e pagato il diritto di viverci», fa dire il divo Henry al suo alter ego, Pierre Costals, sacerdote della crudeltà e della sessualità, «inquietante e talvolta addirittura odioso» (così il creatore che specchia la sua creatura), in quella specie di contro-Recherche che è il ciclo, in quattro libri, Les jeunes filles. Non aveva la televisione, non voleva la radio, si rifiutava di guidare l'automobile, Montherlant, imperatore in un tempo dispari, proveniente da un evo diverso. Leggeva Plutarco, Marco Aurelio e gli editti di Augusto, era convinto di essere fratello di latte di Sigismondo Pandolfo Malatesta, «quest'uomo di ferro» che quest'anno compie 600 anni, il condottiero filosofo e sanguinario, che a Rimini fece erigere da Leon Battista Alberti il più bel tempio del Rinascimento, devoto a Giorgio Gemisto Pletone, neopagano, additato come anticristo e mostro da papa Pio II. «La donna che mi diede il seno», scrive Montherlant, edificando la sua genealogia bizantina e proteiforme, «aveva legittimamente il medesimo blasone che aveva Sigismondo Pandolfo Malatesta». Mentre il Governo di Vichy implode, Montherlant rievoca il carattere corrusco del suo avo italiano, impalca un Rinascimento infernale, redige la pièce Malatesta. Ennesimo inno all'individualità assoluta contro l'egida della Storia: «io, io stesso, non un altro, sarò lo strumento del mio destino», fa dire Montherlant al Malatesta, ricalcando il motto della sua vita sotto il sole dell'ego.

L'opera, scritta nel 1943, pubblicata nel 1947, tradotta in Italia da Camillo Sbarbaro e con un lampante passaggio sulla scena italiana (proprio al Castel Sismondo di Rimini, nel 1969, con Arnoldo Foà nella corazza del condottiero e le rampogne dell'impavido Henry, «Gli Italiani di oggi hanno timore di onorare la memoria di questo eterno accusato»), sigilla l'attitudine politica di Montherlant. «Malatesta è l'eroe solamente di se stesso». Come Henry, blasonato discendente di una famiglia aristocratica di origine catalana (al trisavolo segarono il gozzo durante la Rivoluzione francese), malaccetto da Pétain come dai resistenti i quali, finita la guerra, lo accusarono di collaborazionismo. Lui alzò le spalle, schifando le quisquilie partitiche, fedele al suo motto, segnato in un romanzo torbido e violento sulla Guerra di Spagna, Il caos e la notte, «Sai qual è la più grande forza che ci sia al mondo? L'indifferenza. Con l'indifferenza io non muoio vinto». Con la stessa metodica indifferenza, Montherlant accetta i processi (gli impedirono di pubblicare per un anno) e gli onori: fu eletto, nel 1960, senza candidarsi, tra i 40 luminari dell'Académie française, al seggio numero 29, ma rifiutando di indossare il costumino d'ordinanza e di dar presenza di sé nell'aureo foro. «Hai visto l'elezione di Montherlant?», disse Céline a Claude Sarraute, la figlia di Nathalie, bloccandola in una via di Parigi. «Buon per lui, sarà contento, è della stirpe degli Chateaubriand, un drappo antico».

Alla netta ferocia di Céline (nel 1937, all'amica Eveline Pollet, scrive: «mai letto Montherlant. Per insegnarmi qualcosa dovrebbe essere un medico»), Montherlant contrappone una caustica nobiltà (nel 1950, a Pierre Monnier, «di Céline ho letto tre pagine. Sono incline a pensare che si tratti di letteratura artificiale e ormai obsoleta»). Céline sfotteva Montherlant chiamandolo «Henry Torero». Per via del culto verso il corpo (che nasconde l'opposto, il ribrezzo per la carnalità) ostentato da Montherlant, autore di un'ode pindarica sulla boxe, che fu un lampo sui cento metri (li percorreva in 11 secondi e un tot) e si vantava di toreare. Leggenda vuole che cominciò a pigliare tori allo spiedo a 15 anni (lo testimonierebbe un articolo del 1911); di certo, nel 1925, ad Albacete, un bove inferocito gli perforò parte del polmone destro. Soprattutto (altro che le smargiassate retoriche di Hemingway), Montherlant è l'autore, letterariamente parlando, della più bella descrizione di una corrida. L'omicidio della bestia, narrato ne Il caos e la notte, accade sotto la neve, il toro, «povera carogna, sospirava, emetteva delicati sospiri, piccoli gemiti osceni: a occhi chiusi, si sarebbe creduta, sbagliandosi, una donna che gode. L'animale si ascoltava morire». Chi deve uccidere, scivola sulla «merdaglia di neve», fatica ad azzeccare il tiro, da omerica la sceneggiata si fa grottesca, segno che tra eroismo e angoscia la demarcazione è un fiato.

«Stilista che ausculta l'io, religioso dell'istante, cattolico per tradizione ma nel senso improprio di una chiesa che monta la guardia al dio Pan, anarchico, uomo del rinascimento» (Gianni Nicoletti), Montherlant esagera all'inverosimile il suo essere fuori tempo, fuori tono, fuori moda, sbeffeggiando gli uomini e le loro melmose vicende. Jean Cocteau diceva che era un insopportabile mentitore, «la sua agorafobia è un pretesto per avere adoratori, una formidabile messa in scena»; d'altronde Montherlant possedeva una invidiata collezione di maschere. Incapace di amare e di essere amato, collezionava, piuttosto, adoratori e sudditi, manco fosse un sovrano cinese, capace di definire un destino e di proclamare la morte con un gioco delle dita. Secondo Georges Bernanos «è il più grande scrittore francese del secolo», per André Gide «è indubbiamente affascinante», Robert Brasillach lo giudicava «lo scrittore più severo e smaliziato del nostro tempo». Marcel Jouhandeau ne aveva compreso il fascino sadico: «di Montherlant colpisce il disinvolto cinismo, l'insolenza, la volontà di essere frainteso. Un ragazzo intelligente mi ha svelato tutto: Sapete cosa ci piace di Montherlant? La frusta».

In effetti, Montherlant frustava e frustrava le aspirazioni dei fan, come un inflessibile imperatore, con aforismi spiazzanti: «non esiste il potere, ma soltanto l'abuso di potere»; «baciamo la mano che non possiamo tagliare»; «tutta la storia del mondo è una storia di nuvole che si costruiscono, si distruggono, si dissipano, si ricostruiscono in combinazioni differenti». Inqualificabile incrocio tra Blaise Pascal e il Marchese de Sade, consapevole che «si mente meglio per iscritto» e che «pubblicare un libro è parlare a tavola in presenza dei domestici», Montherlant decise di far perdere le tracce di sé negli anni Venti, quando per un decennio vagabondò tra Spagna, Italia, Africa del Nord. Rientrato a Parigi, abitò, abitudinario di alberghi e motel, sempre in bilico, sul punto di partire, apparentato all'esilio. Viveva sul ciglio della morte, l'inafferrabile Montherlant, stretto tra il caos e la notte («c'era il caos, che era la vita, e la notte, che era ciò che c'è prima della vita e dopo la vita»). Era temuto, più che ammirato, adornato dell'adorazione che si tributa ai re. Per questo, anche in Italia, fu tradotto in lungo e in largo finché era in vita, da Bompiani e da Mondadori, poi sparì, lentamente censito tra gli eroi in oblio. Restano, oggi, alcune rarità (la chicca L'infinito è dalla parte dei Malatesta, documentato repertorio a cura di Moreno Neri, per l'editore Raffaelli), Port-Royal, riedito da Aragno nel 2015 l'opera teatrale più alta, dove viene sviscerato il Cristianesimo secondo Henry e Le ragazze da marito (Adelphi, 2000), che è il primo romanzo della quadrilogia Les jeunes filles, dedicata alle perversioni amorose.

Ma, appunto, mancano gli altri tre romanzi, è come se del Signore degli Anelli pubblicassero soltanto la parte in cui Frodo arriva a Gran Burrone. Basta già questo libro, però, per precipitarci nel burrone linguistico di Montherlant, seduttivo, sedizioso. Costruito sovrapponendo una serie di lettere, Le ragazze da marito inscena i sentimenti come arte della sevizia e dell'irragionevole vendetta verso la carne: Pierre Costals è il satanico Casanova che sfoglia gli annunci matrimoniali, «un ingranaggio sociale di primaria importanza», per sfamare di vittime inconsapevoli le proprie voglie. Un gioco di eccessi bordeggiando il nulla e trasfigurando gli stornelli d'amore in un atto vampiresco che irritò quell'educanda di Simone de Beauvoir: «L'eroe di Montherlant ha una morale che può parere arrogante mentre è solo comoda: non si cura che dei rapporti con se stesso. Si lega alla donna o meglio, lega a sé la donna non per godere di lei ma di sé medesimo». Montherlant, insomma, autore vertiginoso, sinistro, scontroso, ben incardinato nella «Pléiade» Gallimard, ha bisogno di una degna resurrezione editoriale: stampando gli altri tre romanzi del ciclo, pubblicando La rosa di sabbia, crudo romanzo sulla corruzione coloniale, o Il solstizio di giugno, la cui epica dell'ego non piacque a Pétain; per lo meno andrebbe ristampato La guerra civile, il dramma edito in deliziosa stampa da Fogola, con l'introduzione di Piero Buscaroli. «Dio solo è grande!, direi così a Montherlant, dovessi accoglierlo nell'aula dell'Académie française», scrisse François Mauriac, pensando forse di fare un complimento al collega.

«Se cercassi Dio, troverei me», è la laconica chiosa di Montherlant, che alle ore 16 del 21 settembre 1972, il giorno dell'equinozio d'autunno, minato dalla cecità, si uccise. Libero e feroce fino in fondo. Come i re antichi, pietrificati nella leggenda.