Morte e rinascita di un padre nel nome dell'adolescenza

Il dialogo tra un uomo che sceglie il suicidio assistito e il proprio figlio si trasforma in un diario sulle sconfitte (e la gloria) dello scrittore

La casa blu, nuovo romanzo di Massimiliano Governi (Edizioni e/o, pag. 141, euro 10), svolto in forma di dialogo tra un padre e figlio, avrebbe potuto anche intitolarsi Il lupo o Falsa donna di vetro. Dico ciò perché nella scrittura di Governi, e in particolar modo in questa narrazione, il gioco vero-non-vero è tracimato in una totale profondità esistenziale; e in cima, verso una verticalità esplicita, fanatica e simbolica. Governi usa una collaudata e interiorizzata scala a pioli per fare il sali e scendi per cui, subito, La casa blu non solo è la residenza svizzera dove si va a morire, ma è pure il regno di Cappuccetto Rosso, di Biancaneve e dunque la dimora della fiaba tanto da farci scrivere che là, in quella radura, è possibile ogni inizio e ogni fine: giacché essa appartiene ai luoghi dell'anima.Massimiliano Governi è uno scrittore che, per paradosso e morale, è pronto a tradire il lettore e se stesso. Lo fa per una generosità innata: non si tuffa nel mare delle parole ma semina tracce, indizi, prove talmente in surplus da rovesciare la stessa pista monotematica e verticale. Infatti, La casa blu, romanzo urlato sulla paternità (sì, a prima vista e svista lo è pure, certo) invece dà il meglio nello straordinario diario sulla sconfitta e rivincita di uno scrittore. In altre parole è la storia, in metafora, di un pugile che ne ha prese tante ma che all'ultima ripresa si gloria (mi è venuto in mente Clay che vince a Kinshasa con Foreman; e con il match l'altrettanto mitico resoconto di Mailer che, all'epoca della stesura di La sfida, appunto, non poteva prevedere che i colpi incassati dal vincitore lo avrebbero portato dritto dritto nelle braccia del Morbo di Parkinson).Il padre, ne La casa blu, vuole andarsi a uccidere con il pentobarbital di sodio. E che fa? Proprio quando le sue sconfitte le vorrebbe piombare nella scelta dell'eutanasia, si trascina dietro il figlio nel tentativo di recuperarne il rapporto sempre deficitario.

Epperò accade che il padre non possiede l'autorevolezza di un padre, bensì i timori e le incertezze di un adolescente fuggiasco; mentre il figlio non ha nessuna delle fragilità del figlio bensì la potenza concettuale e la visione sul futuro che lo fa già padre. Ecco che allora La casa di vetro si trasforma in un monologo sull'adolescenza e sulla forza esponenziale di un figlio-padre (perché nella verità che sovverte la superficie padre e figlio sono un unicum: saldati in una sola identità). Ecco che allora, proprio nel gioco del nascondimento nel quale Governi è maestro, il romanzo (luogo ancestrale dell'anima) si traduce nella città di «Troia», con Enea che fugge caricandosi sulle spalle il fardello dell'ormai vecchio Anchise.Il romanzo di Governi resta verticale nel suo sali e scendi sulla scala interiorizzata. E intanto ci diverte con astuzie volute o scivolategli dalle mani. Diverte quando tra le pagine posta, incolla citazioni, suggerisce serie televisive come True Detective, o rimanda a You Tube con David Bowie che canta My death: vera colonna sonora del romanzo, o spirito guida («La mia morte attende come una verità biblica al funerale della mia giovinezza»). Ma attenzione: Governi non di-verte. Lui, tecnicissimo, con citazioni, canzoni e fiction alleggerisce il peso della sua venerata verticalità narrativa regalando al lettore la possibilità di perdersi in orizzontale o dove meglio preferisce con le suggestioni delle opere altrui. Dunque Governi, attraverso i soli post, amplia gli spazi narrativi, ne produce di nuovi, usa quelli inventati dagli artisti che ama, tenendo a bada l'ossessione per il «verticale». E siccome Massimiliano Governi di mestiere fa l'editor e il lettore di narrativa altrui - sempre a proposito di tecnica e di varianti narrative -, non può che trasformarsi in un vampiro inconsapevole e consapevole che filtra strutture e decostruzioni magari altrui; magari studiandole. Così si traveste in Jean-Baptiste Grenouille, il protagonista de Il profumo di Patrick Süskind il quale, dotato di un olfatto strabiliante, incomincia a mietere vittime femminili per ricavarne un'essenza dalla potenza disumana. Ma per fortuna che Governi è un narratore «nudo», cioè che dà in pasto debolezze e forze. Fino a rivelare in La casa blu che avrebbe voluto scrivere il suo A sangue freddo, senza riuscirci. Epperò, nel mostrare priva di maquillage la sconfitta, ci racconta il romanzo non-fiction mai scritto. E, raccontando la perdita di un'ambizione, ci fa percorrere quello di Truman Capote e immaginare il suo.

Commenti
Ritratto di RubinRomario

RubinRomario

Mar, 15/03/2016 - 09:58

Posso dire la veritá? Si? Bene, il libro é interessante, l'ho letto con piacere, non avevo letto questa recensione peró, e ho fatto bene. La trovo decisamente... indecifrabile, impossibile da leggere, un istigazione agli psico-farmaci, un esempio di come descrivere le cose semplici con una montagna di iperbole gratuite. Giustificabile solo se il suddetto viene pagato a parola e non a pezzo. Non so se l'autore abbia gradito, io no. Spero per la prossima recensione ci risparmi concetti difficili in cambio di parole semplici (non deve dimostrare niente a nessuno! e poi ha palesemente fatto mostra di se stesso e della sua megalomania letteraria piuttosto che l'oggetto del suo incarico) che piacciono alla maggior parte dei lettori che alla fine decidono se acquistare o no. Saluti.