Morto Balestrini Voleva tutto ma ottenne poco

Stefania Vitulli

La parola «neoavanguardia» ha preso vita anche grazie a lui, in una stagione letteraria che oggi sarebbe impensabile: milanese, 83 anni, poeta, scrittore, artista e saggista, Nanni Balestrini è morto ieri a Roma dopo una breve malattia. L'annuncio è stato dato da un post di DeriveApprodi, l'editore che sta procedendo a pubblicare le opere complete, a partire da Vogliamo tutto - romanzo sperimentale tra cronaca e riflessione esistenziale ispirato ai fatti dell'autunno caldo del 1969 - che nel 1971 lo designò come «grande narratore delle lotte sociali», in breve divenne il libro-manifesto di un'epoca (ristampato appunto in più occasioni fino ai giorni nostri) e ispirò con il suo protagonista «operaio-massa» il film di Elio Petri La classe operaia va in paradiso.

Nato a Milano nel 1935, dopo il liceo scientifico Balestrini divenne redattore della rivista letteraria Il Verri non fu l'unica rivista militante cui contribuì: seguirono Quindici, Alfabeta e Zooom - e lasciò la facoltà di Economia per lavorare in Bompiani, dove conobbe Umberto Eco. Dopo che nel 1961 le sue poesie vennero raccolte nell'antologia I Novissimi, iniziò per lui «l'appartenenza» a quella neoavanguardia letteraria che ne segnò l'inquadramento per tutta la vita: Alfredo Giuliani, Elio Pagliarani, Antonio Porta ed Edoardo Sanguineti, inclusi nella stessa antologia, furono i precursori, insieme a Balestrini, del «gruppo» fondato a Palermo nel 1963. «Gruppo 63» che vide protagonisti lo stesso Eco e Alberto Arbasino.

In breve il gruppo divenne un «movimento» vicino al marxismo, e in parte alla sinistra anche più estrema, ritrovandosi in molte occasioni partecipe di settarismi senza mediazioni e vide in Balestrini un attivista che si unì con energia soprattutto alle contestazioni studentesche. Intellettuale militante durante gli anni di piombo (sottoscrisse la lettera contro il commissario Luigi Calabresi), dunque, al punto che nel 1979 dovette rifugiarsi in Francia per sfuggire all'arresto ordinato verso di lui come presunto ideologo di Autonomia Operaia, con accuse che oscillavano tra l'associazione sovversiva, la banda armata e la partecipazione a diversi omicidi, tra cui quello di Aldo Moro, accuse da cui fu scagionato nel 1984, al ritorno in Italia. Ha raccontato in un'intervista nel 2012: «Venni completamente assolto... La verità è che la sola cosa che trovarono era il mio nome nell'agenda telefonica di Toni Negri, di cui ero amico».

Nei suoi romanzi (oltre a Vogliamo tutto, ricordiamo Tristano, 1966, La violenza illustrata, 1976, Gli invisibili, 1987, L'editore, 1989, Una mattina ci siam svegliati, 1995) e nelle sue poesie (Come si agisce, 1963, Ma noi facciamone un'altra, 1966, Il pubblico del labirinto, 1992; Elettra, 2001) univa sperimentalismo, collage e contaminazione (fu il primo a usare un calcolatore elettronico per aggregare «a caso» capitoli del suo Tristano). All'opera letteraria ha affiancato una produzione artistica visuale, partecipando, nel 1993, alla Biennale di Venezia. Bollati Boringhieri pubblicherà il 4 luglio il suo «testamento letterario», dal titolo La nuova violenza illustrata, che interpreta «gli attacchi alla Siria, il ghigno di Trump, la violenza sorridente delle foto di gruppo dei G20, la caccia all'uomo per il colore della pelle, fino agli sbarchi non autorizzati» con la stessa prospettiva «impegnata» che ha animato le lotte di oltre quarant'anni fa.