Morto Dan Fante Era figlio d'arte, scrittore «maledetto» e italiano d'America

Daniel Smart Fante, Los Angeles, classe 1944, era molto più che uno dei quattro figli del famoso John. Il suo sguardo eclettico e inafferrabile, e che però tutto afferrava, si è spento l'altro ieri: fino a quel momento ha profondamente vissuto, fino a diventare, proprio come suo padre, uno scrittore di culto. Per le nuove generazioni di narratori politicamente corretti, che si sono lasciati per sempre il maledettismo alle spalle, Dan Fante era una rarità. La sua biografia sembrava un road movie: «Ma non infilatemi in nessuna delle categorie che riguardino il fottuto Kerouac». Le sue idee sull'America troppo postmoderne: «Los Angeles? Qualcuno mi ha offerto un portafogli pieno e un attacco di emorroidi per tornarci. Ma delle emorroidi me lo ha detto solo quando era troppo tardi per rifiutare». Il suo talento originato dal punto esatto in cui svaniva l'ultima goccia di alcool in fondo al bicchiere.E così iniziò a pubblicare: storie diverse, ma con la stessa abilità di stregare il lettore che era propria dell'autore di Chiedi alla polvere. Angeli a pezzi, Agganci e Buttarsi, i suoi tre romanzi che hanno come protagonista Bruno Dante, suo alter ego, come Arturo Bandini lo era del padre (pubblicati in Italia da Marcos y Marcos); Short dog, raccolta di racconti; diverse raccolte di poesie e commedie, tra cui una, Don Giovanni, dedicata al padre (sempre Marcos y Marcos). Nel '99, alla sua prima visita in Italia per il Festival di Mantova, volle vedere il paese da cui il nonno, Nick, nel 1901 partì per gli Usa, Torricella Peligna. E da allora l'Italia lo ha tenuto sotto incantesimo. Tornava spesso, per celebrare il padre e per ripeterci e ripetersi che mentalità, temperamento e cuore se li sentiva italiani. Da bambino per lui suo padre era solo suo padre: non era ancora famoso. Ma gli aveva insegnato già che se ti senti scrittore, anche se nessuno ti conosce, nulla può distoglierti dalla tua strada, nemmeno i soldi facili che ti offre Hollywood. Era cresciuto a Malibu, Dan, vicino al mare, e andava male a scuola. L'unica cosa che gli piaceva era il baseball perché ci giocava con papà. Ma poi aveva imparato ad amare i libri e a scrivere. E se non ci fosse stato l'alcool quella sarebbe stata da subito l'unica passione. Quando arrivò a vent'anni a New York, spiantato, provò una cinquantina di lavori, prima affamato e poi depresso. Finché cominciò a fare il taxi driver. E a scrivere poesie. Raggiunse quota mille, ma non smise di bere. Solo dopo anni, abbandonata la bottiglia, si è sentito libero di raccontare. E non ha smesso fino alla fine, protetto, una parola dopo l'altra, dal suo inseparabile cappello da cowboy.