Morto John Berger, vero critico d'arte e grande narratore

Aveva il dono particolare di farsi capire da tutti, dote non comune quando si tratta di critica

Ha ragione chi afferma che con John Berger se ne è andato il più grande dei critici d'arte. E mai come in questo caso la parola "critico" assume un significato nobile, molto diverso da quella assai più di moda oggi, ovvero "curatore", che implica l'iperprofessionismo al posto della curiosità intellettuale, le frequentazioni giuste invece dello studio. Nonostante posizioni politiche almeno controverse, spesso poco coerenti, Berger ha attraversato la cultura a 360 gradi, con la vivacità novecentesca di chi ha la consapevolezza che l'uomo deve calarsi nelle cose, tuffarsi nell'esperienza e soprattutto mai risparmiarsi, anche a costo di sbagliare.

John Berger era nato non lontano da Londra nel 1926 ed è morto, novantenne, l'altra notte nei pressi di Parigi. Da tempo aveva scelto la Francia, che riteneva meno reazionaria dell'Inghilterra. Amava molto l'Italia, dove è tornato sovente, anche ultimamente, circondato da un'aurea di culto da parte del milieu intellettuale. Occhi celesti e intensi, mani da contadino, capelli bianchi arruffati, Berger era una persona magnetica, che parlava diverse lingue ed era capace di convincere della bontà delle sue idee anche se distanti da quelle del suo interlocutore.

La sua figura, in effetti, sfugge a una definizione precisa: critico d'arte certo, ma anche pittore e disegnatore di non indifferente capacità, romanziere, saggista, esperto di Van Gogh come di fotografia. Coltivava la scrittura con una classe rarissima; le sue pagine, soprattutto nei testi brevi, risultano fulminee, acute, essenziali. Aveva il dono particolare di farsi capire da tutti, dote non comune quando si tratta di critica. E gli interessava tutto, dai grandi maestri ai fenomeni ancora inesplosi. La storia come l'attualità, perché l'arte può mostrare al futuro ciò che ha sofferto nel passato, affinché non ci si dimentichi. "Quando l'arte fa questo - sosteneva - i potenti ne hanno paura". Per chi pratica la disciplina dell'analisi critica e la considera paritetica a un qualsiasi altro linguaggio creativo, quello di Berger più che un esempio è un paradigma. Nel 1972 vinse il Booker Prize con il romanzo G. e decise di dividerne i proventi con le Black Panthers di Trinidad. Già dopo la seconda guerra mondiale iniziò la carriera di pittore e nel 1958 pubblicò i propri fondamenti filosofici in A Painter of Our Time. Pur essendo molto vicino alle posizioni ufficiali del comunismo sovietico, sostenne le ragioni dei dissidenti durante la Primavera di Praga. Tra i tanti testi famosi pubblicati in Italia, ricordiamo Questione di sguardi, Capire una fotografia, Splendori e miserie di Pablo Picasso, Scritti politici 2001-2007, Da A a X.

Conferenziere straordinario, attraverso la parola Berger si rivelava un narratore di storie in cui metteva dentro di tutto, dall'erudizione complessa e articolata all'invenzione di vicende romanzesche dove spesso la storia veniva piegata all'ideologia politica, ma senza fanatismo. Diceva di sé: «Sono un narratore, uno storyteller nel senso tradizionale. Colui che se ne va in giro per il mondo e la sera offre una storia in cambio di un letto e di un piatto di zuppa. Sono come Esopo: un traghettatore di storie». Ogni tanto amava prendersi pause di riflessione per tornare alla terra, sottolineando così la necessità dell'uomo contemporaneo e metropolitano di non abdicare alle proprie radici e riscoprire il fascino di una vita semplice, più sana, di meditazione laica, circondato dai suoi amati animali.