È morto il Lazzaro del giallo che ha resuscitato il noir

Il suo eroe Santandrea è stato protagonista di decine di storie calate in una Milano surreale e strampalata

Pochi hanno saputo distinguere negli anni Andrea G. Pinketts dal suo alter ego letterario Lazzaro Santandrea. In vita Andrea è sempre stato impiccione, sbruffone, guascone, cialtrone, impenitente, spirito inquieto e appassionato viveur proprio come il suo Lazzaro. La vita dell'uomo ha spesso inseguito quella del personaggio. Fin da quando Andrea decise di tenere il doppio cognome Pinchetti e Pinketts sulla carta di identità e fin da quando dietro a quella misteriosa G. puntata decise di nascondere il nome Gideon del nonno. C'è chi si ricorda i suoi sorprendenti servizi di reporter sotto copertura, chi pensa alle sue sfilate di moda, chi alle serate da lui organizzate al Portnoy o al Boulevard Cafè di Milano.

Andrea G. Pinketts è stato uno dei più sorprendenti animatori del mondo letterario e culturale milanese, un sostenitore barricadero del noir nostrano che ha dato vita a movimenti letterari come la Scuola dei Duri e Gioventù Cannibale. Ha sempre avuto quello che chiamava «il senso della frase» e lo ha sviluppato in decine e decine di storie. Aveva da poco consegnato a Mondadori il suo ultimo libro, che uscirà in primavera col titolo E dopo tanta notte strizzati le occhiaie. Il suo eroe Lazzaro Santandrea, nato fra le pagine di Lazzaro, vieni fuori nel 1991, ha proseguito la sua vita letteraria nei successivi Il vizio dell'agnello, Il senso della frase, Io, non io, neanche lui, Il conto dell'ultima cena, L'assenza dell'assenzio, Il dente del pregiudizio, Fuggevole turchese, Nonostante Clizia, Ho fatto giardino, Depilando Pilar, Ho una tresca con la tipa nella vasca. Lazzaro come avventuriero-detective istrionico ha vissuto le sue peripezie in una Milano da bere e da mangiare, surreale e allo stesso tempo reale, allucinata e allucinatoria, strampalata e straparlata come quella in cui ha vissuto Andrea per tutta la sua vita. Una Milano che Pinketts ha descritto nei suoi libri come unica nel suo genere: vera e finta, grande e miserevole, meravigliosa e pericolosa, incantata e incantevole. Perché per lui è stata una città che ha sempre inseguito ma anche sfuggito le regole della moda, della pubblicità e della televisione che l'hanno caratterizzata nel tempo. In questo territorio-palcoscenico popolato di lupi e di agnelli che perdono il pelo ma non il vizio Pinketts ha messo in scena il suo Lazzaro Santandrea. E a Lazzaro è accaduto nelle sue avventure letteralmente di tutto: ha risolto rapimenti avvenuti fra le montagne del Trentino, ha evocato lo spirito di Jack lo Squartatore durante una seduta medianica, si è risvegliato rasato fra le cosce di una sconosciuta, ha dovuto persino pagare il conto dell'Ultima Cena che nessuno voleva pagare. La forza della letteratura di Pinketts è sempre stata la sua verve istrionica unica, così come nella sua vita. La capacità di fare citazioni alte e basse facendo un uso oculato e dotto della parola, eseguendo veri e propri equilibrismi circensi nell'uso degli aggettivi, degli avverbi, dei nomi e delle figure retoriche. Nelle storie di Lazzaro Santandrea (che nel tempo è finito anche con alcuni suoi camei in episodi a fumetti della serie di Lazarus Ledd, Martin Mystère, Mister No e di cinque storie contenute nell'antologia illustrata I vizi di Pinketts) è defluito l'inesauribile desiderio narrativo di Andrea G. Pinketts che ha preso via via la forma della favola nera, del giallo, del noir, della commedia dell'horror e del pulp.

Pinketts è sempre stato un digeritore e un miscelatore di generi, un abile ladro di linguaggi e per questo un «crossoverista» d'eccezione. Onnivoro e appassionato mescolava la sua vita personale a quella del suo personaggio immaginario non dimenticandosi di attingere anche alla cronaca nera. Le storie di Lazzaro Santandrea sono state per lui sempre dei veri e propri canovacci degni del miglior teatro del grandguignol dove si ride, ci si spaventa, ci si stupisce, ma si pensa anche. Andrea amava dire di sé: «Io sono Pinketts mica caramelle!», tenendo serrato fra le labbra il suo inseparabile sigaro con un cappello in testa, l'immancabile giacca e una superba e sgargiante cravatta scelta ogni giorno per lui da sua mamma. Quando in Francia l'avevano paragonato a Frédéric Dard e avevano iniziato a scrivere che le sue storie ricordavano quelle di Sanantonio, lui, il più duro dei duri, si era commosso come un bambino. Andrea era di una simpatia e di una generosità strabordanti e sosteneva che «il giallo in fondo è un cavallo di Troia. Un contenitore di persone che infiniti addurranno lutti agli Achei! Ma anche la scatola magica che custodisce atmosfere irripetibili. Riempitela senza esitare. La vita non è perfetta. Il delitto nemmeno».