Morto il poeta Bonnefoy Un grande di Francia tra realtà e misticismo

Davide Brullo

I l viso da creatura faunesca. I capelli bianchi, annuvolati. Le rughe come trame preistoriche. Gli occhi, così astratti, rivolti verso il mondo a venire. Parlando di Yves Bonnefoy, nel cui cognome è già inscritto un destino (storpiando l'etimologia significa «buona fede», una fede arcaica per la parola poetica), più che un «coccodrillo» bisognerebbe erigere un unicorno. E partire con la solita ma giustificata polemica: neppure il Premio Nobel, assegnato con criteri politicamente dementi, sono riusciti a dare a questo uomo nato per caso nel 1923, ma che avrebbe potuto sorgere tra i labirinti dell'Orlando furioso o nelle pagine più alte del Signore degli anelli, al più grande poeta vivente, fino a ieri, a uno dei giganti dell'era moderna da oggi. Eppure, per dare dignità a Bonnefoy, è bene partire da Douve. «Mi sveglio, piove. Il vento ti penetra, Douve, landa resinosa sopìta accanto a me»: con questi versi sorge, nel 1953, la Beatrice e la Laura di Bonnefoy, «nome proprio novissimo, le cui risonanze sono un indispensabile e cupo elemento di questa poesia» (così la traduttrice storica, Diana Grange Fiori, che «mi traduceva con l'entusiasmo e la perspicacia dell'amicizia», ricorda, nobile, Yves). Con quel libro, Movimento e immobilità di Douve, che va letto come un breviario magnetico, come l'analogo degli Esercizi spirituali per i poeti d'Occidente, gonfio di risonanze e di bagliori corruschi («Il petto si orna di neve e di lupi ora»; «Questa pietra spaccata sei dunque tu, questa camera distrutta,/ Com'è possibile morire?»; «E nel vuoto ove t'innalzo aprirò/ La strada della folgore»), nasce alla letteratura, trentenne dotato di eterna giovinezza, un genio.

Nato, come tutti, dalle ceneri del Surrealismo, Bonnefoy, per facilitare la vita a chi è un fan delle classifiche, sta alla poesia francese come Eugenio Montale a quella italiana, è tra le letture che costituiscono una vera e propria rivelazione, come René Char, come Saint-John Perse, per restare nel recinto gallico. Poeta traslucido, di eterea grandezza, Bonnefoy ha sempre lasciato agli altri, agli scrittori con vezzi da intellettuali e la puzza parigina sotto al naso, la pratica di occuparsi di politica e di sociologia. Quanto a lui, ha scritto libri di invidiabile eleganza su Mirò ed Edward Hopper, su Goya e su Picasso, lui che in fondo, autore di un'opera alchemica, è un Francis Bacon con l'eleganza di Morandi. In effetti, Bonnefoy ha scritto anche di Morandi, come ha scritto di Giacometti e di Piero della Francesca, redigendo, per altro, un saggio essenziale sul barocco italiano, Roma, 1630. Giocava a stare tra gli Stilnovisti, stilisticamente parlando, Bonnefoy, compagno di versi di Cavalcanti, di Guinizelli e di Dante, e un attimo dopo, questo lirico atemporale, percorreva i deserti di Arthur Rimbaud, le angosce di Giacomo Leopardi, mentre traduceva, con perfetta empatia, il Pascoli (in un libro bellissimo e introvabile, Bonnefoy traduce Pascoli, edito, con ciddì, da Mobydick, nel 2012). L'opera poetica di Yves, vagabondo per assurde astronomie liriche, è radunata nel Meridiano Mondadori del 2010; tra i libri di agghiacciante perfezione Quel che fu senza luce (1987) e Inizio e fine della neve (1991), con versi epigrafici che costituiscono un manuale di estetica per poeti monaci («Ma scrivere non è avere, non è essere./ Perché qui il trasalire della gioia non è/ che un'ombra»), e Ieri deserto regnante (1958), pubblicato in edizione rinnovata da Guanda nel 2005, con una introduzione firmata da Bonnefoy, greve di magie («La moira, più antica in Grecia di ogni filosofia, l'avevo conosciuta nei libri, ma la vidi, anche, la vidi con i miei occhi: a Delfi, di primissima mattina, uscendo dalla casa d'un villaggio semplice d'allora davanti all'orizzonte che si apre verso Itea e il mare. Quell'orizzonte era l'atemporale, la pura bellezza»). Pura bellezza atemporale: questo sono le poesie di Bonnefoy. Un poeta che, sbalzato nell'umiltà, non ammette memoria, ma venerazione. Ricordo quando, corrotto dal vento irritato di Nizza, comprai Le assi curve, libro del 2001, pubblicato nel 2007 da Mondadori. Tentai di tradurre per una rivista quei vaticini («Che questo mondo rimanga,/ Che le parole non siano/ Un giorno questi ossami/ Grigi»). Capivo quasi nulla, ma l'impasto di quelle parole brillava sulla punta della mia lingua. Bonnefoy va letto così: aprendo i suoi libri, qualsiasi, a caso. Come si compie una divinazione.