Morto Scarpino, il "terrone" che piaceva a Montanelli

Morto a 74 anni, Salvatore Scarpino era entrato al "Giornale di Montanelli" nel 1974

Burbero ma anche spiritoso e amabile. Epperò incazzoso fino alla collera coi giovani di bottega che si macchiavano di pressappochismo, sciatteria nella scrittura e disinvolture nel racconto dei fatti che dovevano essere riprodotti in pagina in modo netto, chiaro, senza voli pindarici hemingwayani. Questo era Salvatore Scarpino, morto a 74 anni, che al «Giornale di Montanelli», come tutti allora lo chiamavano, era entrato nel 1974 da cronista e ne era uscito con la qualifica di vicedirettore per poi passare nei ranghi degli editorialisti più influenti e apprezzati.

Era stato Egidio Sterpa, quando ancora faceva l'inviato per il Corriere, prima di venire a dirigere la Cronaca del Giornale, a portarlo a Milano. Lo aveva conosciuto a Reggio Calabria al tempo della rivolta dei «Boia chi molla». E quel giovane calabrese di Cosenza, colto e appassionato, gli era subito piaciuto, segnalandolo a Nino Nutrizio, allora direttore della Notte, storico quotidiano del pomeriggio. Al Giornale, Scarpino aveva conquistato una posizione dopo l'altra, guadagnandosi la stima di Montanelli al quale quel mancato avvocato sempre pronto all'intemerata e alla rissa, andava a genio. Uomo di destra, raccontò i sentimenti e gli umori dell'Italia postfascista in un saggio intitolato Seppellite Mussolini. Un dramma italiano da Salò alla Seconda Repubblica. Un'analisi sui rimpianti e le illusioni di un'Italia perdente, anzi vinta, e un invito alla comprensione di un periodo storico al quale solo allora, sul finire dei Settanta, si cominciava a guardare col necessario distacco.

Ma fu col suo Tutti a casa, terroni, che spezzò quell'acquiescente conformismo, intriso di disprezzo e razzismo, con cui ancor oggi si guarda al Sud. Scarpino sosteneva, nel suo pamphlet, che il Sud è anche quello che il Nord ha voluto che fosse, e che i suoi difetti si sono rivelati funzionali al modello di sviluppo settentrionale. Ivi compresi fenomeni come la mafia, il clientelismo e l'assistenzialismo, che servono a perpetuare l'egemonia del Nord. Che fare per ribellarsi? Scarpino proponeva, provocatoriamente, una sorta di «secessione economica», una «guerriglia dei consumi» per mettere in crisi il benessere del Nord. E se non bastasse?

«Se non bastasse - scriveva Scarpino - noi emigrati dovremmo avere il coraggio di abbandonare tutto e di tornarcene a casa. Provate a immaginare Milano, Torino, Genova, Monza senza di noi... Ci rimpiangeranno, ci chiederanno di tornare, e noi torneremmo soltanto allora. In fondo, a noi terroni, gli ultimi cent'anni hanno insegnato che viaggiare è divertente, anche se in fondo, partire è un po' morire».

Commenti

ghorio

Sab, 30/06/2018 - 12:56

Un grande giornalista che era stato dimenticato, come spesso succede nell'area di centrodestra. IL Giornale dovrebbe raccogliere i suoi corsivi ed editoriali e pubblicarli. Ho sempre in mente le sue considerazioni sui giudici che dovrebbero stare in silenzio e sulla 'ndrangheta che continuerà a proliferare sino a quando non venga deciso di fare sparire le mucche allo stato brado nelle zone dell'Aspromonte.Gli sia lieve la terra!