Un movimento (nuovo di zecca) per i cattolici

Quale sarà il futuro dei cattolici in politica? Se lo sono chiesti Franco Garelli, nel suo Cattolici, Chiesa e politica. Dentro e oltre le emergenze (Cittadella, pagg. 111, euro 11,5): perché il mondo cattolico non riesce a riversare in campo politico le grandi risorse che manifesta nel volontariato? Ma anche Paolo Pombeni e Michele Marchi in La politica dei cattolici dal Risorgimento a oggi (Città nuova, pagg. 160, euro 15): da Murri a Sturzo, passando per De Gasperi, Moro, Andreotti, Fanfani ed altri. E infine Fabio Torriero, scrittore e direttore di Intelligonews.it, nella sua ultima fatica, Il futuro dei cattolici in politica. Dalla Dc al Family Day, la sfida alla società radicale di massa (Giubilei Regnani, pagg. 150, euro 14).

Secondo Torriero, l'unica formula politica possibile è un «fronte identitario antropologico», che accomuni tutti contro l'altro fronte, quello «trasversale della laicizzazione giacobina»: «centrodestra e centrosinistra sono molto più simili di quanto s'immagini: liberali in politica, liberisti in economia e laicisti sui temi etici. Allora ecco che deve nascere un nuovo collante, che deve essere basato sui valori antropologici. Altrimenti con le attuali leggi e visioni non abbiamo un altro tipo di società ma direttamente di umanità», così racconta al Giornale. Ecco il cattolico del futuro secondo l'autore. L'homo novus da contrapporre all'homo economicus, al continuo processo di secolarizzazione; che non presti più il fianco alle logiche di una politica distante ma che esca dalla dimensione privatistica della Fede, e si erga paladino di valori non negoziabili; che sia maturato, e quindi capace di superare i propri limiti: la mancanza di coscienza pubblica, di cultura di governo, la sindrome guelfa (ovvero la sudditanza verso l'istituzione ecclesiastica) e la sindrome ghibellina (come idea neutrale di laicità).

Nell'epoca del gender nelle scuole, dello ius soli, delle unioni civili, delle adozioni gay, della legalizzazione delle droghe leggere, i cattolici dovranno riprendersi il proprio tempo. Da qui, come riporta con efficace chiarezza l'autore, lo slancio del cattolico-politico verso la difesa di quei «valori non negoziabili» che Torriero riassume nel Manifesto finale. Dalla patria nazionale ed europea, allo Stato, come fine e mezzo per il bene comune; dalla legalità, fino alla dignità, alla sovranità e all'identità come amore. Fatti da non relegare più in un partito cattolico, lontani da ogni restaurazione democristiana o ciellina la Dc scrive Torriero, «non ha fermato la secolarizzazione della società», lasciando la formazione della coscienza sociale al Pci -, ma in un movimento che riesca a contrapporsi alla società radicale di massa, egoistica e consumistica figlia del '68.

Cattolici conservatori, liberali? Filantropi. Un movimento che si apra anche a chi non crede o addirittura a chi professa un'altra fede, nell'universalità di una battaglia. Non basta, quindi, essere bravi credenti, «che fanno la bella vita, con le scuole private, con la famiglia del mulino bianco, con tanti figli e così via, e poi dopo, per il resto, se le leggi uccidono i nostri figli chi se ne frega», racconta Torriero. L'esempio? Il Family Day. Un'occasione sprecata, secondo l'autore, perché non condotta verso la creazione di un movimento stabile e definito. Ma anche l'incipit fondamentale.