Nani, crismi, alcol e boiardi La corte infinita dei Romanov

I 300 anni della dinastia che incarna la storia di Russia sono densi di politica, sangue, sfarzi e giochi di potere

Non sempre la storia di una nazione è davvero legata a filo doppio con quella di una monarchia. Men che meno è scontato che una monarchia sia lo specchio delle vicissitudini di una famiglia. Ma per quanto riguarda la Russia, la corona degli zar e la famiglia Romanov è proprio così. Per accorgersene basta compulsare il ponderoso volume di Simon Sebag Montefiore appena pubblicato nella collana delle «Scie» Mondadori: Romanov 1613-1918 (pagg. 964, euro 40). Montefiore, storiografo inglese tra i massimi esperti delle vicende russe e sovietiche, ricostruisce con prosa da romanziere un lunghissimo periodo, più di 300 anni. In esso si sviluppano le vicende dei Romanov che, prima, altro non erano che una famiglia della media nobiltà e che, poi, trasformarono la loro casata nel cuore dell'autocrazia.

Tutto è iniziato, come spesso accadeva, nella Russia medievale e moderna, con una presentazione di spose. Ivan IV (1530-1584), più conosciuto come Ivan il terribile, aveva preso come prima moglie una Romanov, scegliendola tra le moltissime candidate che gli erano state proposte. Una bella ragazza di nome Anastasia Romanovna. Era una scelta ideale, come spiega Montefiore: «A una distanza di sicurezza da influenti potentati univa una confortante familiarità». Gli diede sei figli e introdusse i Romanov nella discendenza reale. Dopo la morte di Ivan il terribile, che uccise uno dei suoi stessi figli a colpi di bastone, e del suo inetto erede Fëdor I scoppiarono dei violentissimi torbidi e il Paese finì in ginocchio. Alla fine l'unico possibile zar risultò essere il piccolo Michele Romanov (1596-1645), pronipote della suddetta Anastasia Romanovna. Fragile, malato rientrò in una Mosca in cui i palazzi imperiali erano ormai un ammasso di rovine. Però riuscì a cementare attorno a sé i boiardi. Il suo fu, quindi, un regno relativamente tranquillo a parte la necessità di battere il «Piccolo brigante», un falso nipote di Ivan il terribile e sua madre, detta Marinka «la strega». Ma fu una faccenda risolta in fretta: il Piccolo Brigante, quattro anni, fu impiccato alle mura del Cremlino e Marinka «la strega» fatta morire di fame.

Era iniziato il regno dei Romanov che durò sino alla Prima guerra mondiale. A caratterizzarlo furono delle costanti di lungo periodo. Costanti che però ogni monarca declinò a suo modo. In primis la Russia restò sempre un'autocrazia. Il carisma del sovrano era l'unico collante possibile di un territorio destinato a diventare sempre più grande. Lo zar doveva avvolgersi di sacralità. Ma al contempo soddisfare la necessità di una corte ad alto tasso di divertimento (spesso alcoolico) per i suoi boiardi. Il popolo vedeva nello zar un padre lontano ed era sempre pronto alla rivolta verso i «cattivi»: ovvero gli stessi sunnominati boiardi. La monarchia si reggeva su questo complesso bilanciamento. Che comportava, ogni tanto, anche di lasciare che qualche boiardo, o qualche ministro che aveva esagerato nel pigiare il piede sulle tasse, venisse linciato.

Insomma, per dirla come Montefiore: «Per i Romanov l'arte della sopravvivenza dipendeva dalla capacità di mantenere un equilibrio tra clan, in una minuscola corte e un impero gigantesco». Tra nobiltà e rivolte popolari si inseriva poi l'esercito, almeno quando la Russia iniziò ad avere un esercito permanente e non più un gigantesco ma arretrato esercito medievale. Gli zar, se si alienavano il favore di uno di questi elementi, «era probabile venissero deposti, cosa che, in una autocrazia, significava generalmente la morte».

In un contesto del genere risultano più spiegabili anche alcune delle «follie» dei Romanov che Montefiore descrive con dovizia di particolari. Non si possono staccare le riforme di Pietro il grande e la sua politica estera dalle sue smodate feste piene di nani nudi e di finti pope che agitavano simboli fallici. Né può stupire che i più capaci ministri di Caterina II, Suvalov e Potemkin, fossero anche gli amanti della zarina. Del resto Caterina, nella parte finale del suo regno dimostrò grandi appetiti spesso sfogati sulla sua guardia. Ma le carriere potevano anche essere più folgoranti di così: Ivan Kutajsov, il barbiere turco di Paolo I (1754-1801) divenne molto più potente di certi blasonati principi. L'unico modo di conservare il potere era creare una rete di legami personali solidi, non conta come costruiti. Dimostrare una enorme forza, trasformare la corte in uno spettacolo teatrale, a volte solenne, a volte lascivo.

Va però detto che allevare i politici non è una scienza esatta e, men che meno, facile. Ebbene, in questo tourbillon di eccessi i Romanov riuscirono a conservare il potere per 300 anni. A volte sfornando dei grandi leader come Pietro e Caterina. Più spesso sfornando politici quanto meno di medio livello. Il tutto mentre il peso dell'impero sempre più grande diventava tale da schiacciare chiunque. Per usare le parole di Alessandro I (1777-1825), spaventato all'idea di salire sul trono: «Come può un singolo uomo riuscire a governare la Russia e a ripararne le ingiustizie? Sarebbe impossibile non solo per un uomo di comuni capacità come me, ma anche per un genio». Era la sua una sorta di precognizione del fatto che la «macchina» si stava lentamente inceppando. Pietro il grande aveva trasformato lo zarismo in una sorta di teocrazia. Ma quel carisma si stava svilendo. L'autocrazia aveva sì modernizzato parti della Russia, ma per sua stessa natura aveva impedito il germogliare di quelle istituzioni di governo dal basso indispensabili per diventare un vero Paese occidentale. Persino il nazionalismo era un'arma a doppio taglio, l'impero era ormai troppo grande e gli altri popoli mordevano il freno. Per usare di nuovo le parole di Montefiore è «molto più difficile dirigere un impero di treni, telefoni e corazzate che di cavalli, cannoni e archibugi». E a farlo nelle fase finale fu forse il più insicuro dei Romanov: Nicola II (1868-1918). Ma a impedire la mattanza finale della famiglia forse non sarebbero riusciti nemmeno un Pietro il Grande o un riformatore accorto ma sfortunato come Alessandro II. Il tempo degli autocrati per diritto divino era finito, iniziava il tempo degli autocrati figli del materialismo storico.

Commenti
Ritratto di SAXO

SAXO

Gio, 22/06/2017 - 11:58

Ottimo articolo scritto bene ,complimenti .Si legge velocemente di colpo , senza dare quel senso di noia tipico degli articoli che trattano il passato storico di una civilta·,di un popolo e le sue vicissitudini