Natsume Soseki e quegli haiku in forma di articolo

Daniele Abbiati

Leggendolo non si direbbe, stante quella prosa misurata, avvolgente, paternamente sicura, come in La porta o in Il signorino, anche quando tocca i tasti del dramma con Guanciale d'erba o con Il cuore delle cose, o dell'ironia con Io sono un gatto. Invece Natsume Soseki (1867 - 1916) era un tipo inquieto, tormentato, probabilmente anche un po' paranoico. E anche guardandolo non lo si direbbe: il volto squadrato, gli occhi non troppo mandorlati, soprattutto quei baffi, moderati e ben regolati sopra il labbro, come quelli Sonny Chiba nei panni di Hattori Hanzo in Kill Bill volume 1 di Quentin Tarantino, oppure decisamente nicciani, absburgici, quasi a manubrio.

Soltanto in E poi il personaggio di Daisuke, fortemente autoreferenziale anche nei tratti somatici, si manifestano da un lato l'ansia e la fatica del confronto con l'Occidente, a Novecento appena iniziato, in piena epoca Meiji, quando l'imperatore non è più soltanto il nume tutelare del Giappone, ma assume anche un compito politico, dall'altro i rovelli interiori e i guai fisici in buona parte di natura psicosomatica, radicati in un'infanzia senza genitori, senza amici, senza affetti. Lo ritroviamo, questo quadro storico-clinico, nelle venticinque brevi prose proposte per la prima volta in italiano in Piccoli racconti di un'infinita giornata di primavera (Lindau, pagg. 143, euro 14,50, traduzione di Tamayo Muto, autrice anche dell'introduzione).

Sono articoli scritti per l'Osaka Asahi Shimbun e il Tokyo Asahi Shimbun: bozzetti d'occasione, incontri, suggestioni, ricordi, nostalgie. Il tutto pesantemente marchiato da due anni trascorsi in Inghilterra, su ordine del ministero dell'Educazione, lasciando in patria la moglie incinta e la primogenita in fasce: «furono - confessa nella prefazione a Critica sulla Letteratura - tra i più sgradevoli delle mia vita. Tra i gentlemen inglesi io vivevo in miseria, come un cane qualunque messo controvoglia a far parte di un branco di lupi». Eppure qui, con l'animo velato dal pervasivo senso di inadeguatezza e di caducità, possiamo dire che Soseki, il quale in gioventù, sotto l'influenza di Masaoka Shiki, si era dedicato alla poesia, inventa un genere letterario che potremmo definire dell'«haiconto», ovvero haiku (fu proprio Masaoka Shiki a chiamarli così e non, com'era in origine, hokku) in forma di racconti: qualcosa meno, in quantità, della short story tipicamente anglosassone e qualcosa più, con impianto narrativo diluito in quattro-cinque pagine, dei versi che fanno apparire i nostri ermetici come ridondanti scialacquatori di parole.

Un serpente forse parlante; un ladro che non è un ladro ma un topo; una giornata oltremodo fredda; l'ancora più fredda compagnia in una pensione familiare; la morte di un gatto; una claustrofobica passeggiata tra la folla londinese, nella nebbia; un paesaggio scozzese di campagna che suscita il rimpianto di casa; il tono di voce di una donna che ricorda quello della mamma... Soseki raccoglie i propri cocci esistenziali. Sta a noi incollarli insieme per ricavarne il suo ritratto.