Monet, nei suoi paesaggi l'architettura della nostra anima

Spettacolare e importante mostra a Londra sull'impressionista Monet, che si rivela essere il primo, consapevole artista della modernità

Londra - Con gli Impressionisti si va a colpo sicuro. Pur avendo anticipato, fin dalla seconda metà del XIX secolo, il tema della pittura come linguaggio, sintassi, struttura, il restare ancorati alla tradizione dell'immagine e della verosimiglianza li rende apprezzabili da un pubblico molto vasto, che pure non ne conosce fino in fondo segreti e ansie sperimentali.

Qualsiasi mostra sui francesi della fine del XIX secolo funziona. Ma le mostre non sono tutte uguali: ci sono le collezioni a pacchetto, i «da...a» che tanto promettono e poco mantengono, le retrospettive e infine le indagini puntuali, dove filologia e senso dello spettacolo vanno a braccetto. In Italia spesso ci si deve accontentare, e non solo per ragioni di budget, delle prime due tipologie; oltre confine i musei presentano progetti scientifici ed emozionanti dopo studi e indagini durati anni. Non per esterofilia né provincialismo: probabilmente un'ennesima esposizione sugli Impressionisti me la sarei persa, e invece un viaggio alla National Gallery di Londra offre quelle garanzie che uno storico dell'arte pretenderebbe d'obbligo. Dal 9 aprile al 28 luglio settantacinque capolavori di Claude Monet sono esposti alla Sainsbury Wing del gigantesco museo. Le pareti grigie e celesti invitano a uno sguardo davvero inedito su quello che in molti considerano prevalentemente pittore en plein air di paesaggi, mare e giardini. Monet & Architecture ne rivela piuttosto lo sguardo inquieto in rapporto agli edifici delle città che visitava, dei luoghi a lui più cari. Qui coglieva il rapporto tra architettura e spazio, sviluppato da inizio carriera - intorno al 1860 - fino all'esposizione di Venezia del 1912. Parigi, Venezia, Londra rivelano lo sguardo metropolitano e modernista di Monet. Le spiagge di Trouville, le strade di Bordighera, il paesaggio sotto la neve ad Argenteuil mostrano invece un colorista straordinario che affronta già il nodo dello sfaldamento della pittura in chiave, appunto, modernista. Nel 1895 disse: «altri pittori dipingono un ponte, una casa, una barca... io voglio dipingere l'aria che circonda il ponte, la casa, la barca, la bellezza della luce in cui esistono». Tra filosofia platonica e anticipazione dell'arte concettuale, per Monet la pittura ha a che fare con l'idea più che con l'immagine, ecco perché spesso ripete lo stesso soggetto, ponendosi come antesignano della serialità. Liberatosi dalla schiavitù del vero, l'artista può sperimentare più liberamente le nuove frontiere della pittura.

Villaggio e pittoresco; città e modernità; monumento e mistero. Sono le tre sezioni della mostra, curata da Richard Thomson, docente di belle arti all'Università di Edimburgo e supportata da Credit Suisse, tra quadri famosissimi provenienti dai più importanti musei del mondo ed altri di collezioni private, visti assai raramente. Gabriele Finaldi, direttore della National Gallery, sottolinea peraltro che alcune immagini di Monet sono diventate parte dei paesaggi della nostra memoria collettiva.

Architettura, dunque, a partire dal ruolo che giocano gli edifici, chiamati a relazionarsi con gli uomini prendendo vita da essi. L'église de Varengeville identifica un villaggio, il Palazzo del Doge, il Canal Grande, Palazzo Ducale ripercorrono la Venezia ferma al Cinquecento, mentre a Londra esplodono innovazione e industria a partire proprio dai materiali, vetro e ferro, che strutturano le nuove costruzioni. Là dove tutto si fa luce e colore, nelle celeberrime cattedrali di Rouen (1892-94)- qui sette versioni- colte e impresse in diversi momenti del giorno, installate nella stessa sala dei The Houses of Parliament (1904), c'è l'approccio definitivo di Monet al meccanismo della ripetizione e del superamento del soggetto. Una visione ancora capace di togliere il fiato. Architettura, inoltre, in quanto valore emozionale, impressione di sentimenti contrastanti: maestosità, confusione, solitudine, silenzio.

Risultato di lunga ricerca, la mostra riunisce cicli che si erano frammentati: cinque dipinti olandesi intorno al 1870, dieci tra Argenteuil e Parigi dello stesso periodo, la coppia di quadri della chiesa di Veteuil, realizzati nel 1878 è mai esposti insieme. Tra i cosiddetti blockbuster, Tamigi sotto il Westminster (1871), Quai du Louvre (1867), Boulevard des Capucines (1873), Rue Montorgueil per la festa nazionale francese del 30 giugno (1878). Capolavori anche quei soggetti più difficili in cui la pittura ottocentesca non si sottrae alla crisi. Effet de brouillard (1872), dove la nebbia tutto avvolge, cancellando ogni traccia di verismo e giungendo così alla riduzione estrema della tavolozza cromatica, altro indizio di modernità. Molto probabile che la sensibilità che conduce al '900 cominci nei pressi di Monet.