Nel Malaparte al "Sangue" c'è il gusto amaro della vita

Le prose pubblicate dopo il rientro dal confino di Lipari anticipano i temi di "Kaputt" e "La pelle"

Sangue, sangue, sangue. I racconti di Curzio Malaparte sono tutto un mare di sangue. Dalla prima all'ultima riga, dalla prima all'ultima goccia. Furono pubblicati per la prima volta nel 1937 da Vallecchi, dopo il rientro dal confino di Lipari, dove Malaparte era stato spedito a seguito dell'arresto voluto da Italo Balbo. Ritornano ora in libreria da Passigli che conserva il titolo Sangue (pagg. 176, euro 17,50, mentre è in uscita da Adelphi Il buonuomo Lenin): essenziale come quasi tutti i titoli dei libri di Malaparte che voleva che il nome del testo fosse immediato come un insulto, uno sparo, un fulmine.

Per Giampiero Mughini, che me lo ripeteva qualche tempo fa, Kaputt è il più bel titolo della letteratura italiana del Novecento (e anche La pelle, va detto, non è male, anche se in origine era La peste che poi, per l'uscita del libro di Albert Camus con lo stesso titolo, cedette il passo a La pelle). Ma Kaputt, immediato come uno sputo o, come avrebbe detto Hegel, un colpo di pistola, non vi sarebbe stato se Malaparte non si fosse fatto le ossa e non avesse gettato il sangue con Sangue. Questi racconti - tanto per riprendere un altro titolo, quello della rivista di Malaparte, Prospettive - vanno visti in prospettiva e qui si vedrà per la prima volta la capacità del maledetto toscano dal sangue caldo di cogliere il lato morboso e inquietante dell'esistenza umana. E non solo umana.

Nel 1937 Malaparte scrisse a Forte dei Marmi la prefazione ai suoi racconti e le diede come titolo Confessione. Annotava: «Ho orrore del sangue. Un orrore che nasce da un'esperienza che non è soltanto mia propria, ma quella di tutta la mia generazione». Malaparte nacque nel 1898 e a sedici anni si arruolò come volontario per prender parte alla Grande guerra della quale Giovanni Papini, senza sapere di cosa parlasse, diceva sulla rivista Lacerba nel 1914 che «ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno». La generazione che passò nelle trincee e nelle tempeste di acciaio ne uscì, se ne uscì, trasformata. «Sparai, e l'uomo cadde», scrive Malaparte nell'ultima edizione di Sangue, nel 1954, ma non era morto, si rialzò e scomparve lasciando sull'erba e sulla neve le macchie di sangue. Mentre sul Col di Lana si affacciava la falce della luna, il giovane fante seguiva la scia di sangue e i suoi capelli diventavano grigi: «Così è trascorsa tutta la mia vita, da quel lontano giorno di guerra del 1915, da quando mi misi a seguire quelle tracce di sangue».

La prefazione del 1954 è, forse, una sorta di racconto nei racconti. Termina con una prosa e un'immagine che assume le fattezze e il suono di un sonetto. Come quello celebre del Foscolo In morte del fratello Giovanni. Il fratello di Malaparte si chiamava Sandro e morì nel 1951: «Io venivo di lontano, giunsi a Prato di notte, entrai nell'Ospedale, percorsi i corridoi deserti, spinsi la porta: mio fratello giaceva immobile sul letto. Aveva le labbra macchiate di sangue, e rosso di sangue era il guanciale. Sul pavimento, accanto al letto, c'era una larga macchia rossa». Come il poeta, anche lo scrittore avverte le ostilità degli dèi - «gli avversi Numi» - e le recondite angosce - «le secrete Cure» - che diedero tormento e tempesta alla vita del fratello, alla vita sua bella e tremenda, e invoca la pace, invoca la morte «e prego anch'io nel tuo porto quiete». Conclude: «Fin lì, fino al letto di morte di mio fratello, mi avevano guidato quelle lontane tracce di sangue. Tutta la vita avevo speso, tutta la mia vita, per ritrovare mio fratello, morto».

Il sangue che scorre nelle vene assume nei racconti di Curzio Malaparte il senso del ritmo dell'universo. Perché Malaparte è uno scrittore eccessivo che volendo essere realista sta sempre pronto a prendere la scena, a prendere la pagina, a prendersi per sé tutto il mondo. Il sangue caldo di Malaparte sembra l'acqua di Talete che insieme dà la vita e dà la morte: «Io sentivo dentro il mio cuore una pace contenta. La natura mi aveva rivelato il suo ultimo, e più profondo, segreto, uno stesso sangue scorreva nelle vene delle piante e degli animali, c'era qualcosa di fraterno nello sguardo del cane, nella carezza delle fronde sul mio viso. E già il cielo si tingeva, a occidente, di quel riflesso sanguigno che fa così vivo e umano il cielo degli uomini».