Nella "comune" di Capri Martone infila anche l'utopia rivoluzionaria

Il film in concorso racconta l'epopea di una pastorella all'inizio del Novecento

da Venezia

Dopo Tramonto di László Nemes anche Capri-Revolution di Mario Martone, terzo e ultimo film italiano in concorso, ambienta il suo film nell'anno fondamentale e di passaggio del «secolo breve», il 1914, quando l'Italia sta per entrare nel primo conflitto mondiale. Nel film del regista che uscirà al cinema per Natale, il 13 dicembre, la storia ambientata a Capri racconta la trasformazione di Lucia, una giovane isolana (la splendida Marianna Fontana per la prima volta separata dalla gemella Angela dopo l'esordio insieme in Indivisibili di Edoardo De Angelis) che da capraia analfabeta e oppressa dai due fratelli dopo la morte del padre si trasforma in poco tempo in una donna libera e indipendente: «La figura luminosa di Lucia che viene da una famiglia patriarcale e che non sa nulla del mondo - spiega il regista - è quella di una persona che non ha paura dell'altro e a cui non bastano le impostazioni ideologiche che sono comunque sempre maschili, da qui il suo processo non solo di maturazione ma anche di indipendenza». Tutto questo grazie all'incontro con la comune utopistica di giovani nordeuropei guidata da Seybu (Reinout Scholten van Aschat) che è realmente esistita sull'isola, ma qualche anno prima, grazie al pittore Karl Diefenbach. Martone scandaglia l'isola campana grazie alla superba fotografia di Michele D'Attanasio restituendo allo spettatore la sensazione di un'Arcadia perduta mentre nella comune si pratica una vita naturista, sessualmente libera, vegetariana, omeopatica, in contatto permanente con la meravigliosa natura circostante attraverso danze (le coreografie sono di Raffaella Giordano), rituali legati all'alba e al tramonto, all'elioterapia. Per dire, nell'isola arriva finalmente l'elettricità ma la comune prosegue la sua vita come se niente fosse. Martone qui cita la famosa lampadina gialla collegata a un limone dell'artista tedesco Joseph Beuys (il nome del protagonista Seybu ne è l'anagramma) presente nella Certosa di Capri (il primo titolo del film era proprio Capri-Batterie). Perché in fondo questi giovani stanno scappando dalla modernità e dalla civiltà industriale. Così il medico, socialista e illuminista, appena arrivato sull'isola, fatica non poco a proporre sia le sue cure basate sulla scienza sia, naturalmente, anche le sue ricette interventiste in tema di guerra.

Naturalmente la scelta di questo preciso periodo storico è anche un espediente per Martone, che ha scritto il film insieme a Ippolita Di Majo, per parlare del nostro presente (perfetto l'utilizzo della musica elettronica di Sascha Ring e Philipp Thimm): «L'isola è la metafora del mondo. Ed è un luogo dove è possibile confrontarsi perché è inutile tirare su muri sperando che il confronto si possa eludere. Mi è sembrata un'idea vitale da proporre proprio oggi in cui pare che tutto debba chiudersi, con l'odio e la paura a fare da collante».

Il film lascia molto spazio a tutti per difendere le proprie posizioni, prendendosene il rischio, trovando alla fine una sintesi nella bella immagine di spalle della giovane donna che prende la nave dal futuro ignoto ma forte delle esperienze passate: «Come Lucia - spiega la protagonista Marianna Fontana - ho pascolato e munto le capre per prepararmi al ruolo. Ma, sempre come lei, non ho studiato l'esperienza della comune per far sì che la storia mi trasportasse. Ho aperto me stessa non solo con le scene di nudo ma anche con l'anima, trasformandomi in una donna libera che guarda al futuro». Che è anche lo stato d'animo oggi di Martone che termina così la sua trilogia storica dopo Noi eravamo e Il giovane favoloso (il discorso di Leopardi sull'uomo, sul progresso e sulla natura è quasi più centrale in questo film): «Non so che cosa accadrà dopo questa trilogia, sono anch'io in viaggio».