Nella serata delle banalità spicca il "viado" Jared Leto

Momento clou della notte degli Oscar un "pizza party" semi-improvvisato con le star delle prime file. Superfotografata la coppia sposata (lesbo) Ellen DeGeneres e POotia De Rossi

da Los Angeles

It's time, è l'ora, è il momento giusto: la campagna pubblicitaria per la corsa agli Oscar di 12 anni schiavo ha fatto perno intorno a questo tema. Era l'ora che un film sulla schiavitù in America, diretto da un regista nero durante la presidenza di un nero, vincesse un Oscar. Così è stato, come previsto. Ma quest'ultima edizione degli Academy Awards - Oscars per gli amici - s'è distinta soprattutto per motivi socio-mondani: la massiccia presenza della componente gay-lesbica nel direttivo dello spettacolo stesso, dalla coppia di anziani produttori, fidanzati di lungo corso, alla conduttrice Ellen DeGeneres, sposata a Portia De Rossi, (molto fotografata agli arrivi senza altro motivo che essere la consorte), il tutto coronato dalla vittoria di Jared Leto per Dallas Buyers Club come miglior attore non potagonista: Leto non è gay ma interpreta alla perfezione un viado molto femminile. Leto è stato l'unico, del resto, a dire qualcosa di significativo nel discorso di ringraziamento, citando l'epidemia dell'HIV (soggetto del film) e inviando una preghiera a paesi tormentati nel mondo, come l'Ucraina e il Venezuela.

Da segnalare la provenienza extra-americana dei tre registi premiati: Steve McQueen, regista del film vincente (12 anni schiavo) è inglese, Alfonso Cuarón, miglior regista per Gravity (ben sette Oscar per il suo film, tutti tecnici però) è messicano, oltre ovviamente a Sorrentino. Matthew McConaughey, vincitore come miglior attore per Dallas Buyers Club (lo spacciatore che si becca l'Aids nei primi '80 e inizia a smerciare farmaci retrovirali non ancora legali), ha proferito forse il discorso peggiore della serata: senza fare accenno alla scottante tematica del film di Jean-Marc Vallée, il piacione McConaughey ha celebrato se stesso, toccato dalla grazia di Dio, citandosi come eroe, seppur nella versione: «il vero eroe è colui che insegue l'eroe, quel se stesso ideale che auspicabilmente eroe diventa in futuro». Un trionfo narcisista.

Momenti chiave dello show: Jennifer Lawrence che inciampa e cade anche quest'anno, il pizza party semi-improvvisato dalla DeGeneres in sala, con le star delle prime file disposte al gioco, e la foto selfie di gruppo scattata da Bradley Cooper twittata all'istante dalla conduttrice e subito diffusasi in tutto il mondo. Festa della chirurgia plastica (mal riuscita) sui volti di vecchie glorie del passato, da Goldie Hawn a Bette Midler, da Kim Novak a Liza Minnelli, rifatti in modo impressionante: un museo degli orrori. C'è voluto parecchio per capire che quella coi capelli blu era davvero la Minnelli. La vittoria dell'australiana Cate Blanchett come miglior attrice ha riscattato in parte la débâcle personale (accuse di molestie da parte della figlia) di Woody Allen: «Questo mio premio giunge grazie alla straordinaria sceneggiatura di Woody Allen. Grazie Woody per avermi scritturata» ha detto la Blanchett. La kenyana e magrissima Lupita Nyong'o, Oscar come miglior attrice non protagonista per 12 anni schiavo, ha ricordato che «non importa dove ti trovi e dove cresci nel mondo, i vostri sogni sono sempre validi». L'enfasi sul concetto di sogno e la sua realizzazione - specie se con la statuetta placcata d'oro in mano - è ricorsa in tutti i discorsi dei vincitori. Perfino l'alternativo Leto si è lasciato andare a un accorato ringraziamento alla madre, «che pur giovanissima e single ha insegnato a me e mio fratello a sognare».