Nerone, pazzo o profeta? Al Teatro Manzoni lo spettacolo di Edoardo Sylos Labini

Il teatro milanese ospiterà dal 2 al 19 ottobre una pièce che vuole sfatare un pregiudizio che si è protratto per duemila anni

L'imperatore Nerone fu davvero il despota pazzo e crudele che gran parte della storiografia descrive, o piuttosto la vittima di una gigantesca macchina del fango ante litteram in azione per quasi due millenni? Questa l'ambiziosa domanda a cui cerca di rispondere Edoardo Sylos Labini con il suo spettacolo "Nerone. Duemila anni di calunnie", in scena dal 2 al 19 ottobre al Teatro Manzoni di Milano.

Sylos Labini, che dello spettacolo è regista, produttore insieme alla moglie Luna Berlusconi e attore protagonista, si è liberamente ispirato all'omonimo saggio di Massimo Fini per descrivere quella che lui stesso dipinge come "un personaggio molto discusso su cui c'è stata una damnatio memoriae". L'imperatore romano, del resto, è solo l'ultimo della lunga serie di figure "scomode" attorno a cui si impernia la sua produzione teatrale: D'Annunzio, Filippo Tommaso Marinetti, Mazzini, Italo Balbo...Molti e diversi, in comune l'attitudine ad andare controcorrente e un trattamento non troppo favorevole da parte della storiografia ufficiale - quella dei vincitori, per intenderci.

Attorno alla figura di Nerone, ricostruira grazie alla sceneggiatura di Angelo Crespi in collaborazione con Sylos Labini, è stata fatta una ricerca a un tempo storica e artistica per tentare di ristabilire una verità troppo a lungo offuscata da parte di storici avversi all'imperatore, come Tacito e Svetonio. Che Nerone abbia provocato l'incendio di Roma è un'ipotesi storiografica a cui ormai non crede seriamente più nessuno, spiega Massimo Fini, autore del saggio "Nerone. Duemila anni di calunnie", pubblicato da Mondadori nel 1993. L'imperatore era un amante delle arti a cui il "mestiere" di imperatore venne imposto dalla madre, ma che esercitò il suo ufficio "al massimo livello", chiosa Fini.

Una figura storica, insomma, su cui si è abbattuto un ingiusto pregiudizio di cui ci sono esempi anche nella contemporaneità: "Questo Nerone, che fu un imperatore che governò per il popolo, contro la lobby economica ed intellettuale dell'epoca - racconta Sylos Labini - assomiglia a qualche premier nostrano. La calunnia con cui è stato diffamato è una calunnia simile a quella che ha subìto qualcuno in casa nostra. O che forse subirà chi c'è adesso? - si chiede il regista - Bisogna stare attenti, la storia la scrive chi vince la guerra."

Ed è forse proprio per restare indipendenti da ogni associazioni con le lobby del potere che lo spettacolo è stato interamente finanziato dagli sponsor: la decisione di non prendere soldi dallo Stato, spiega Sylos Labini, è il segnale di "una battaglia che combatto da più di un anno, perché per il nostro Paese è basilare che il rilancio, anche a livello economico avvenga attraverso l'intrattenimento culturale." Le produzioni teatrali possano andare avanti solo se sono legate non più alla politica e ai soldi statali, spiega l'attore, ma a quelli dei privati.

Del resto a un modo innovativo di finanziare le produzioni culturali fa eco uno stile di lavoro che si riallaccia alla più pura tradizione del teatro italiano. Gualtiero Scola, che sul palcoscenico veste i panni di Otone, prima amico di Nerone poi suo successore sul trono imperiale, racconta che solo per una prova luci il regista li ha fatti rimanere sul palcoscenico per dodici ore, dalle dieci del mattino alle dieci di sera: un modo di lavorare che, per ammissione degli stessi attori, in Italia "non si vedeva da quarant'anni" e che in molti, forse, avevano colpevolmente dimenticato.