"Le neuroscienze? Nate dal duello tra i medici del Re"

In un libro i casi che rivelano i segreti del cervello. A partire da Enrico II di Francia

Sam Kean racconta una storia di imperfezioni, di falle nel sistema. Il sistema è il nostro cervello, che nei secoli è stato paragonato «alla tecnologia più in voga del momento»: un acquedotto per i Romani, l'organo di una cattedrale per Cartesio, telai e orologi durante la Rivoluzione industriale, centraline telefoniche a inizio Novecento... Piano piano le neuroscienze hanno iniziato a scoprirne i segreti. E questo è avvenuto, come racconta Kean nel suo saggio Il duello dei neurochirurghi, che uscirà giovedì per Adelphi (pagg. 450, euro 32), grazie a «eroi involontari», persone comuni e celebri il cui cervello non ha funzionato, spesso in modo molto singolare: visionari, militari con la sindrome dell'«arto fantasma» (incluso l'ammiraglio Nelson), un fotografo ritrattista incapace di riconoscere i volti, epilettici, donne senza paura e persone solo con la memoria a breve termine. O che ricordano tutto, come l'incredibile Seresevskij. Kean, che vive a Washington ed è autore di altri saggi di divulgazione scientifica (come Il pollice del violinista, Adelphi, Premio letterario Merck 2017) parte dal suo caso personale: una paralisi del sonno, che lo obbliga a non dormire a pancia in su.

Qual è l'obiettivo del saggio?

«Mostrare alle persone le meraviglie del cervello umano, innanzitutto attraverso le storie incredibili su come il cervello lavora - oppure non funziona - in modi pazzeschi».

Che cosa raccontano i danni e malattie, e perché sono così importanti per costruire una storia della nostra mente?

«Rivelano come lavora il cervello. Non possiamo fare degli esperimenti, perciò dobbiamo basarci sugli incidenti e sulle malattie che danneggiano una parte del cervello, mentre lasciano intatte le altre. È un esperimento naturale: cambi soltanto una variabile e mantieni tutto il resto costante. E il modo in cui le persone cambiano di conseguenza è stupefacente».

Chi sono gli studiosi più importanti in questa storia?

«Molti. Broca e Sperry e Cushing e tanti altri».

Uno dei casi più celebri è quello di Enrico II di Francia. Perché fu così «profetico»?

«Perché, come ho scritto nel libro, la sua sofferenza ha preannunciato le grandi scoperte dei quattro secoli successivi delle neuroscienze. Enrico continuava a smarrire e ritrovare la lucidità, sull'orlo della perdita di coscienza. Soffriva di attacchi e di paralisi, due sintomi allora misteriosi. Però stranamente gli attacchi o le paralisi coinvolgevano solo una parte del corpo per volta, un indizio chiaro retrospettivamente che il cervello controlla le due metà in modo indipendente. Anche la vista di Enrico andava e veniva, segnale che la parte posteriore del cervello, dove Paré si aspettava di trovare il danno da contraccolpo, controlla il nostro senso della vista.

James Holman ha esplorato il mondo, raccontato i suoi viaggi in molti libri. Era cieco.

«Il cervello umano ha grandi capacità di adattamento».

Fra i danni alla sfera visiva c'è la «ricognizione selettiva», per cui alcune persone riconoscono i volti, ma non gli oggetti inanimati, o viceversa; o riconoscono solo alcuni cibi e non altri; oppure non riconoscono le parti del loro stesso corpo...

«È un tema molto affascinante. È veramente interessante pensare a come certe persone vedono il mondo in modo differente».

Che cosa possono dire gli studi neurologici sulla nostra percezione dell'identità?

«È molto difficile staccare l'identità dal cervello. Può affievolirsi o scomparire a volte, ma è quasi sempre sepolta in profondità da qualche parte, dentro di noi».

Che nesso c'è con la memoria?

«È una grossa domanda... Noi sappiamo che la memoria è strettamente collegata con la percezione dell'identità. In un certo senso, noi siamo i nostri ricordi, ed è per questo che i disturbi alla memoria possono essere così angoscianti».

Perché i casi neurologici sembrano dei romanzi?

«Perché gli studi sul cervello toccano il linguaggio, i ricordi e le emozioni, e tutte quelle cose che ci rendono umani. Proprio come fanno i romanzi».

Chi l'ha influenzata nella sua scrittura scientifica? Cita Silas Weir Mitchell, poi c'è ovviamente Oliver Sacks.

«Ho cercato di fare qualcosa di nuovo e di diverso. Sicuramente Sacks era grandioso, ma spero che anche questo libro sia originale».

Come interagiscono i danni cerebrali con le emozioni? Un caso impressionante è quello di Elliot, l'uomo incapace di prendere una decisione.

«Dipende dal tipo di danno al cervello, in realtà. Il caso di Elliot spiega perché una mente razionale abbia bisogno di emozioni per essere tale. In breve, le emozioni ci aiutano a prendere decisioni: ci influenzano e ci indirizzano verso scelte migliori, più intelligenti».

Davvero l'epilessia è collegata a certi «risvegli spirituali», perfino al misticismo?

«Sì, l'epilessia ci offre una comprensione affascinante del comportamento religioso. Perfino le idee umane più elevate hanno un fondamento nel cervello».

Quali sono i casi più interessanti secondo lei?

«Difficile scegliere. Più di tutto mi è piaciuto pensare in quali modi diversi alcune persone vedano il mondo, e quanto il cervello sia davvero bizzarro».

Crede che le neuroscienze siano per forza materialistiche?

«Non tutte lo sono. Ma al giorno d'oggi è difficile essere eccessivamente spirituali nella scienza del cervello».

A che cosa paragonerebbe il nostro cervello oggi?

«Le metafore mutano sempre col tempo. Quella del computer non è male, ma ci sono cose che i computer fanno facilmente, e che noi fatichiamo a fare; e cose che il cervello fa benissimo come riconoscere i volti nelle quali i computer sono scarsissimi».

Quali sono le sfide future delle neuroscienze?

«Comprendere come funziona la coscienza».