Non esistono sigari buoni (a parte i miei)

Lo scrittore americano confessa sul filo dell'umorismo il suo rapporto col tabacco

R iguardo al tabacco, ci sono molti preconcetti. Primo fra tutti, la pretesa che vi sia un unico criterio di giudizio, mentre non esiste nulla del genere. Ogni individuo ha le proprie preferenze, ed è questo l'unico criterio di giudizio valido per lui, l'unico che egli possa accettare e l'unico al quale possa obbedire. Un congresso di tutti gli amanti del tabacco del mondo non potrebbe individuare un criterio che possa essere vincolante per voi e per me, o che potrebbe addirittura farci cambiare idea. Il preconcetto che arriva subito dopo è quello secondo il quale un individuo ha un suo proprio criterio di giudizio. Non è vero affatto. Pensa d'averlo, ma non è così. Ritiene di poter dire quale sigaro considera buono e quale cattivo, ma non è vero. Giudica secondo la marca, non certo in base al sapore. Chiunque gli può spacciare la peggiore contraffazione; basti che sia della sua marca preferita e se lo fumerà soddisfatto e senza sospettare nulla (). Nessuno può dirmi quale sia un buon sigaro per me. Sono io l'unico giudice. Persone che hanno la pretesa d'essere degli intenditori, sostengono che io fumi i peggiori sigari del mondo. Quando vengono a casa mia, si portano i loro sigari. Quando offro loro uno dei miei sigari tradiscono un terrore assai poco virile; e quando si sentono minacciati dalla generosità della mia scatola di sigari, se ne escono con delle miserabili bugie e scappano via a gambe levate per sbrigare faccende del tutto inesistenti. Ascoltate, ora, cosa può arrivare a fare un preconcetto, quando s'accompagna alla cattiva reputazione di un individuo. Una sera dovevano venire da me a cena dodici cari amici, uno dei quali era famoso per i suoi sigari costosi e raffinati, così come lo ero io per i miei, a buon mercato e pestilenziali. Andai a trovarlo a casa, e quando m'accorsi che nessuno guardava, presi in prestito una bella manciata dei suoi sigari migliori; sigari che pagava quaranta centesimi l'uno e che, in segno della loro nobiltà, portavano delle belle fascette rosse e oro.

Tolsi quelle fascette e misi i sigari in una scatola con lo stemma della mia marca preferita una marca che tutte quelle persone conoscevano, e che li spaventava come sarebbero stati intimiditi da un'epidemia di colera. Alla fine della cena offrii questi sigari e loro li presero, e li accesero e lottarono strenuamente con quello che stavano fumando in un silenzio di morte, perché ogni allegria era scomparsa non appena videro girare attorno al tavolo la scatola che recava il nome di quella marca ma la loro forza d'animo resse solo per poco; poi si scusarono e alzarono i tacchi, filandosela uno appresso all'altro con una fretta indecorosa; e quando la mattina dopo uscii di casa per vedere i risultati, vidi che i sigari stavano tutti a terra tra la porta d'ingresso e il cancello sulla strada. () In Europa me la sono sempre goduta alla grande, perché ovunque si trovano dei sigari che nemmeno i più incalliti strilloni di New York fumerebbero mai. L'ultima volta, mi portai una scorta dei miei sigari, ma è una cosa che non farò mai più. In Italia, come in Francia, il governo è l'unico spacciatore di sigari: c'è anche una certa marca europea di tabacco da fumo che mi piace, una marca che fumano soprattutto i contadini italiani. Si tratta di un tabacco a buon mercato, ma richiede un qualche tipo di polizza assicurativa. Insomma, è proprio come ho osservato all'inizio di queste pagine il gusto del tabacco... beh, è solo una questione di pregiudizi. Non ci sono criteri di valutazione nessuno. La preferenza personale è l'unico criterio di giudizio che sia valido, l'unico che uno possa accettare e al quale possa obbedire.