Non sarà in cartellone l'atteso film di Tarantino

In gara o in giuria, da anni sulla Croisette compaiono gli stessi registi. Perché Hollywood preferisce Venezia

Maurizio Acerbi

Fosse un film, ti verrebbe da intitolarlo L'audace colpo dei soliti noti. Il perché è facilmente intuibile, guardando i partecipanti al prossimo Festival di Cannes, in calendario dal 14 al 25 maggio. Sono, gira e rigira, sempre gli stessi registi che un anno se la cantano e l'altro se la suonano, a seconda che facciano i giurati o i candidati in concorso. Un clubbino esclusivo dove, ogni tanto, trova spazio un nuovo invitato. Qualcuno si è realmente sorpreso della presenza, in cartellone, di Xavier Dolan (alla quinta partecipazione + una da giurato) o di Terrence Malick (vincitore della Palma d'Oro nel 2011 per The Tree of Life e miglior regista nel 1979 per I giorni del cielo)? Per dire: di solito a Cannes vengono mostrate anteprime mondiali, ma pur di (ri)avere Pedro Almodóvar (con questa, siamo a 8 come regista), Presidente della Giuria 2017 (e membro nel 1992), hanno fatto un'eccezione per il suo Dolor y Gloria. Chi farebbe bene a comprare casa sulla Croisette, visto che è stato selezionato già ben quattordici volte, vincendo due volte la Palma d'Oro, è Ken «il rosso» Loach. Toh, clamoroso, ci saranno anche i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne che sono stati «impalmati» già tre volte. Arnaud Desplechin è un amico di Cannes, dove aveva già presentato sette film e, naturalmente, era stato anche, nel 2016, membro della giuria. Da regista, Werner Herzog è alla settima partecipazione, mentre il nostro Marco Bellocchio, unico italiano in concorso con il film Il traditore, alla kermesse francese può contare, con questa, ben dieci presenze, oltre a quella di giurato, nel 2007. I soliti noti, appunto. Del resto, lo scorso 2018 è passato alla storia per l'allestimento di una delle edizioni più ammosciate degli ultimi anni (si salvava giusto il vincitore, Un affare di famiglia). E, allora, cosa hanno fatto per risollevare il livello? Richiamato, in fretta e furia, gli amici storici del Festival, quelli del clubbino di cui sopra, sperando di far tornare a parlare di una kermesse letteralmente uccisa da Venezia. Basterà questo ricorso all'«usato sicuro»? Il problema è che, quanto a divi americani o nuove star, su Cannes la calma è, come minimo, piatta, per non dire nulla. Tanto che si è aggrappati alla speranza, praticamente minima, di veder arrivare Tarantino al fotofinish, anche in virtù del fatto che, a maggio, si festeggeranno i 25 anni della presentazione, proprio a Cannes, del suo indimenticabile Pulp Fiction. Il nuovo C'era una volta a... Hollywood, infatti, era atteso alla Croisette, ma, come ha spiegato il delegato generale del Festival di Cannes, Thierry Frémaux, «il nuovo film di Quentin Tarantino non è ancora finito. È in 35 mm e la produzione è più lunga». Probabile assenza, alla quale si aggiungerà quella certa di Netflix, a poco tempo di distanza dalla vittoria del «suo» Roma, diretto da Alfonso Cuaron, in quel di Venezia. «Netflix ha una politica per cui in genere i film non escono in sala, ma direttamente sulla piattaforma. Tra noi non c'è battaglia; ci siamo parlati di recente, ma la politica del Festival è che i film escano in sala», ha ribadito Frémaux dimostrando quanto Cannes sia arcaica come concezione. Una rinuncia pesante, perché implica, automaticamente, l'assenza di pellicole del livello di The Irishman (di Scorsese, con De Niro e Al Pacino) e The Laundromat (di Soderbergh, con Meryl Streep), entrambe targate Netflix. Quanto siete pronti a scommettere che questo «no» finirà per giovare al festival di Venezia dove potremmo vedere proprio uno di questi titoli? Mancherà Hirokazu Kore-eda, vincitore della Palma d'Oro dello scorso anno; il suo «The Truth» era tra gli attesi in selezione, ma, invece, non è pervenuto. Così come, per problemi di tempo, non ci saranno Ad Astra di James Gray, The true History of the Kelly Gang di Justin Kurzel, Pablo Larraín con Ema e Greta Gerwig con Piccole Donne. Insomma, sembra di assistere a una partita di «Ciapa No», facendo sorgere la domanda: quanti di questi film, dopo aver saltato Cannes, faranno il proprio debutto al prossimo appuntamento in Laguna? A scanso di equivoci. Un Festival cinematografico non deve essere, per forza di cose, una passerella. Avere nomi di richiamo, più per la stampa e per il pubblico che per altro, non vuol dire raccontare qualcosa di artisticamente diverso, che è una, se non la principale, finalità di una kermesse come questa. Linguaggio, forma, espressione, sembrano, ormai, travolti dal mucchio selvaggio proposto dai multisala, dove tutto appare uguale e indefinito. Cannes, da questo punto di vista, si mantiene fedele a questa «mission» di valorizzare il talento. Vedremo, perciò, se la presenza dei «soliti» Bellocchio, Loach, Almodovar, Dolan, Dardenne, Malick e Jarmusch si rivelerà un brodino riscaldato o la scelta vincente.