Non solo grande editore, Leo fu il maestro di Indro

Montanelli imparò tanto da lui e si vollero sempre bene. Senza mai smettere di litigare

«Torno subito»: così fece scrivere Leo Longanesi sulla sua tomba, a Lugo di Romagna. In effetti, l'eredità del vero maestro di Montanelli («è stato il mio unico!», diceva sempre Indro) non ci ha mai lasciati perché, a 60 anni dalla sua scomparsa il 27 settembre del 1957, a soli 52 anni , «è matt» è ancora ben presente nel mondo del giornalismo e non solo. A una lettura sommaria, la figura del grande inventore dei rotocalchi moderni, il fondatore dell'Italiano assieme a Mino Maccari, di Omnibus, del Borghese e della casa editrice Longanesi, può sembrare diametralmente opposta a quella dell'uomo di Fucecchio. Proprio in tutti i sensi: l'uno romagnolo doc, l'altro toscano fino al midollo; l'uno piccolo di statura, il suo vero cruccio (era comunque alto un centimetro in più del re Vittorio Emanuele III), l'altro spilungone; il primo grande direttore d'orchestra nel lavoro, il secondo piuttosto un solista. Ma, a dispetto delle differenze, la loro amicizia è restata solida.

Spesso si bisticciavano, ma poi facevano sempre la pace. Successe anche nel 1956, poco prima della morte di Longanesi, con la rivolta d'Ungheria: Leo sostenne che l'insurrezione di Budapest era stata provocata da un moto liberale dei ceti medi mentre Cilindro scrisse che tutto nacque all'interno del partito comunista magiaro contro l'oppressione di Mosca. Si rincontrarono un anno dopo alla stazione di Milano. Il piccolo-grande figlio di Bagnacavallo di Romagna disse a Cilindro che si era tolto un peso: il cardiologo non gli aveva riscontrato nulla. Ma poi aggiunse a mezza voce: «Nulla, purtroppo».

Non si rividero più. Le esequie di Longanesi, con gli amici e la tumulazione nel cimitero di Lugo, furono come le avrebbe volute lui, il padre degli aforismi e delle battute ironiche. Racconta Montanelli che erano stati tutti compunti alla cerimonia in Romagna, ma che poi, nel viaggio di ritorno verso Milano, si fermarono a pranzare al vecchio ristorante Fini di Modena: davanti a un piatto fumante di zampone e ad un buon bicchiere di lambrusco, si misero, così, a raccontare, divertiti, tutti gli aneddoti gustosi del vecchio Leo. Perché Longanesi fan della prim'ora del suo conterraneo Mussolini che chiamava «l'omazz», l'omaccio, ma da cui prese poi le distanze con il famoso «sbagliando s'impera» amava davvero scherzare. Anche se le sue battute erano sovente al vetriolo e lui stesso si definiva «un carciofino sott'odio».

Montanelli ha ricordato più volte che Leo «non leggeva i manoscritti che gli offrivano, ma sapeva annusarli», una dote che, del resto era pure di Cilindro, come ha sottolineato Mario Cervi. Il toscanaccio si è chiesto per quale motivo Longanesi abbia lasciato in eredità solo pochi libri, lui che, dopo due ore di colloquio, dava lo spunto a tutti per scrivere «un paio di romanzi, una mezza dozzine di commedie e una decina di articoli». La risposta alla domanda l'ha data lo stesso Leo: «Perché in un articolo, e peggio ancora in un romanzo, bisogna anche mettere qualche banalità e io con le banalità non ci sto».

Ma era forse un segno del destino che il maestro e l'allievo dovessero andare sempre d'accordo, pur con qualche screzio. Pochi sanno, infatti, che in tempi non sospetti, nell'estate del 1918, l'allora tredicenne Leo avesse giocato in spiaggia, a Forte dei Marmi, proprio con Colette Rosselli, Donna Letizia, la futura seconda moglie di Montanelli. Quando, trent'anni dopo, lei gli chiese, su un settimanale, se fosse proprio il Leo che era stato suo amico d'infanzia, rispose di sì aggiungendo: «Spero molto di rivederla, non mi troverà cambiato: purtroppo da quei tempi non sono più cresciuto».