O votare per il "sì" o saltare nel buio Così l'Italia nacque da un plebiscito in cui non c'era scelta

L'annessione del Regno delle due Sicilie fu sancita attraverso le urne, ma era un fatto compiuto. Il ricorso al popolo si trasformò soprattutto in un fatto simbolico. Il consenso di massa comunque ci fu. Del resto l'alternativa sarebbe stata il caos assoluto

In alcune pagine famose del suo celebre romanzo Il gattopardo lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa racconta il giorno «ventoso e coperto» del plebiscito per l'annessione al Regno d'Italia a Donnafugata: nel paese si aggirano «stanchi gruppetti di giovanotti con un cartellino recante tanto di sì infilato nel nastro del cappello» mentre nella taverna contadini muti ascoltano due o tre «faccie foreste» che decantano il futuro di «una rinnovata Sicilia unita alla risorta Italia». A notte fatta, dal balcone centrale del Municipio, il sindaco annuncia alla folla che dei 515 aventi diritto hanno votato in 512 che si sono espressi tutti per il sì. Il principe don Fabrizio commenta il risultato, durante una partita di caccia, con l'organista don Ciccio e scopre, dalle parole di questi, che l'unanimità non c'è stata: «Io, Eccellenza, avevo votato no. No, cento volte no. So quello che mi avevate detto: la necessità, l'unità, l'opportunità. Avete ragione voi: io di politica non me ne sento. Lascio queste cose agli altri. Ma Ciccio Tumeo è un galantuomo, povero e miserabile, coi calzoni sfondati e il beneficio ricevuto non lo aveva dimenticato; e quei porci in Municipio s'inghiottono la mia opinione, la masticano e poi la cacano via trasformata come vogliono loro. Io ho detto nero e loro mi fanno dire bianco!». E, ancora, un altro grande narratore, Federico De Roberto, nel più celebre dei suoi romanzi, I Viceré, rievoca con pennellate suggestive il clima di incertezza, timori, entusiasmi di quel plebiscito che avrebbe sancito l'annessione al Regno d'Italia dei territori dell'ex Regno delle Due Sicilie: i sì colossali «tracciati sui muri, sugli usci, per terra»; le «frotte di persone» che quei sì «li portavano al cappello, stampati su cartellini d'ogni grandezza e di ogni colore»; e, infine, quell'enorme sì tracciato col gesso dal principe di Francalanza sul muro della sua villa «per precauzione» davanti alla folla schiamazzante di «contadini scioperati» mentre, all'interno, don Eugenio «dimostrava, con la storia alla mano, chela Sicilia era una nazione e l'Italia un'altra».

In queste pagine sono accennati, sia pure attraverso la trasfigurazione letteraria di Tomasi di Lampedusa e di De Roberto, alcuni motivi della polemica antirisorgimentale e antiunitaria che emerse già allora e che sarebbe stata sviluppata in seguito dalla letteratura antisabauda e filoborbonica. A cominciare, proprio, dai plebisciti i cui risultati sarebbero stati manipolati e comunque non rappresentativi della volontà popolare, convocati per rispondere a un preciso quesito: «Il popolo vuole l'Italia Una e Indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e i suoi legittimi discendenti?».

È possibile, forse anche probabile, che brogli, manomissioni, irregolarità avessero interessato sia il plebiscito del 21 ottobre 1860 sia quello del 4 novembre 1860. Tuttavia l'entità della partecipazione popolare e il carattere quasi unanimistico del risultato rendono ininfluenti le critiche soprattutto se si tiene conto delle manifestazioni di sostegno popolare che avevano accompagnato sia l'avanzata delle truppe garibaldine sia la marcia dell'esercito piemontese. Basti pensare, a titolo esemplificativo, che, secondo i dati ufficiali, nelle province napoletane si registrarono 1.302.064 voti favorevoli all'annessione contro 10.312 voti contrari. E andamento non diverso, in termini di risultati e di percentuali, si registrò in tutti gli altri territori.

Le intimidazioni, le violenze, le irregolarità denunciate dalla letteratura antisabauda e antirisorgimentale vi furono, dunque, certamente ma, come ha osservato Rosario Romeo, «in misura ridotta» e soprattutto con una capacità di «incidenza» di gran lunga inferiore a quella dovuta «alle oggettive condizioni in cui si svolse la votazione». In quel momento, infatti, al di là dei contrasti fra moderati e democratici, i «militanti del movimento nazionale» si erano ritrovati attorno alla tesi annessionista e avevano maturato una forte capacità persuasiva o di direzione politica nei confronti di masse analfabete che si trovavano a dover operare una scelta tra Vittorio Emanuele, da una parte, e il salto nel buio, dall'altra parte, essendo esclusa l'ipotesi di una restaurazione borbonica. A tutto ciò va aggiunto, secondo Romeo, il fatto che a spingere in direzione annessionistica, come ben risulta dalle numerose petizioni presentate da tempo, c'erano le preoccupazioni largamente diffuse negli ambienti più benestanti per il ripristino dell'ordine e della legalità.

Del resto, il plebiscito dell'ottobre e del novembre 1860 (ma non solo quello) fu concepito e vissuto non tanto come vera e propria consultazione elettorale quanto piuttosto come rito, come festa di consacrazione della unità nazionale o, se si preferisce, della nazione. Le coccarde tricolori appuntate sui vestiti, i cartelli inneggianti al Re e lo stesso capillare attivismo propagandistico per il sì dei giorni immediatamente precedenti le votazioni sono tutti elementi che sottolineano il carattere simbolico e rituale prima ancora che di consacrazione giuridica di una situazione di fatto che era stato attribuito all'evento da chi, il conte di Cavour prima di tutti, lo aveva promosso.

Quel plebiscito in effetti al netto delle critiche relative ai meccanismi procedurali ovvero all'astensionismo, alle polemiche sulle modalità di svolgimento o infine ai suoi stessi risultati rappresentò, comunque, proprio da un punto di vista simbolico, il momento conclusivo di una fase importante del Risorgimento, quella culminata nel biennio 1859-1860. Un biennio, come ha ben sottolineato il grande storico Gioacchino Volpe, nel quale maturò una fattiva collaborazione tra le varie forze che operavano sulla scena politica: l'esercito regio e quello dei volontari, Cavour con i moderati e Garibaldi con le camicie rosse. Quel grido «Italia e Vittorio Emanuele», che finì per accompagnare l'avanzata dei garibaldini alla conquista del Regno delle Due Sicilie, sintetizzava, in fondo, il processo di avvicinamento della monarchia sabauda alla popolazione, una specie di «nazionalizzazione» dell'istituto: un processo che avvenne, in questo momento, grazie soprattutto all'opera accorta del conte di Cavour. Fu lo statista piemontese, infatti, ad adoperarsi per evitare che l'impresa garibaldina, spingendosi fino a Roma, potesse innescare urti difficilmente contenibili con la Francia e alterare in qualche misura gli equilibri internazionali: la sua preoccupazione fu tutta rivolta a impedire che si scatenassero e avessero successo forze troppo apertamente rivoluzionarie che avrebbero finito per impensierire l'Europa dinastica e per provocare seri danni politici come era accaduto ai tempi del 1848. In questo quadro Cavour, pur di mantenere al moto italiano un carattere moderato e monarchico, si era convertito, di fronte all'iniziativa garibaldina, alla prospettiva unitaria mettendo da parte quei progetti di trasformare la penisola in una specie di confederazione che erano stati alla base dell'accordo con l'imperatore dei francesi.

Così avevano finito per ritrovarsi insieme anche nel sostegno al progetto annessionistico confluito nel plebiscito tanto i moderati cavourriani quanto gli esponenti della sinistra democratica. Questi ultimi potevano vantare una sorta di «riscatto morale» rispetto alle sconfitte e alle delusioni che ne avevano accompagnato la storia durante il decennio precedente. Non a caso, uno dei più importanti fra loro, Francesco Crispi, avrebbe scritto con malcelato (pur se non del tutto giustificato) orgoglio: «noi con le sole forze popolari abbiamo affrancato dieci milioni di uomini dalla tirannide borbonica, abbiamo raddoppiata la potenza nazionale, abbiamo dato a Casa Savoia quel trono che Cavour non avrebbe immaginato poter costruire con tutto il sussidio delle armi straniere». Ma Cavour avrebbe potuto rispondere, e ben a ragione, che la realizzazione dell'unità d'Italia sotto la monarchia sabauda era stata resa possibile dalla convergenza di forze diverse e avrebbe potuto aggiungere che la guida ad opera dei moderati del moto risorgimentale aveva fatto sì che questo fosse visto e percepito a livello internazionale non già come un fattore eversivo del sistema di equilibrio delle potenze europee ma piuttosto come la manifestazione italiana di un fenomeno la rivoluzione delle nazionalità di ben più vasta portata.

In questo quadro assume una logica simbolica ben precisa quella, appunto, di sanzionare la convergenza delle volontà di moderati e rivoluzionari la scelta adottata nel corso del Risorgimento di utilizzare uno strumento, quello del plebiscito, che risaliva quale mezzo di legittimazione della sovranità popolare al periodo rivoluzionario francese. E, in particolare, i plebisciti del 1860 segnano il momento conclusivo del Risorgimento perché costituiscono la premessa per la proclamazione del Regno d'Italia che avverrà pochi mesi dopo, il 14 marzo 1861, i forma solenne a Torino.

Commenti

osco-

Mer, 17/05/2017 - 08:54

1861: inizio della rovina dei popoli del Sud Italia, nazione indipendente e sovrana da 700 anni e che mai nulla ha avuto da spartire con gli staterelli patani. La conquista aveva un unico obiettivo: depredare le regioni meridionali ed impossessarsi degli oltre 700 milioni di lire oro del Banco di Napoli, a fronte dei miseri 24 milioni di lire carta straccia del Banco di Torino. Complimenti alla massoneria patana che è riuscita a sovvertire istituzioni secolari ed ad asservire un intero popolo costringendone la metà all'emigrazione e l'altra metà a vivere il misero ruolo di colonizzati. Di sicuro l'affare non l'abbiamo fatto noi al Sud.

Ritratto di bandog

bandog

Mer, 17/05/2017 - 09:41

Quel plebiscito,mi ricorda le votazione dove vincono i pdioti,tramite presidenti di seggio e cumparielli scruttatori

lorenzo3m6n

Mer, 17/05/2017 - 10:50

Vorrei ricordare allo storico "ufficiale" Francesco Perfetti, il quale minimizzale le porcherie commesse in occasione del "plebiscito", che per la riuscita dello stesso si mobilitarono sia la MAFIA in Sicilia che la CAMORRA in Campania. Già assoldate del resto dal regno di Sardegna durante la guerra. Penso che l'alternativa (nel caso solamente ipotetico della vittoria del no) sarebbe stato il caos solo per il Piemonte.

arkangel72

Mer, 17/05/2017 - 11:19

Il caos e il salto nel buio c'è stato per i popoli meridionali proprio per effetto di quei plebisciti che o furono artefatti, come testimonia Tomasi di Lampedusa, o furono imposti ad arte. Nessuno di coloro che votarono per il "sì" sapeva a chi consegnava di fatto il Regno delle Due Sicilie e quali conseguenze avrebbero subìto le generazioni future. Invece di andare a indagare su queste farse storiche andate a scoprire quante rivolte ci furono dopo l'unità d'Italia e di quanti morti senza più memoria furono ricoperte le strade delle nostre città e paesi meridionali. Una fra tutte: La Rivolta del Sette e Mezzo! La conosce qualcuno degli storici ufficiali?? Si è mai letto un rigo sui libri di storia adottati nelle scuole italiane di ogni ordine e grado??

arkangel72

Mer, 17/05/2017 - 11:19

La letteratura neoborbonica non va disprezzata o sminuita, ma accettata come contro altare di una verità che è stata artefatta ad uso e consumo dei governanti di un tempo e anche di oggi. Ogni lettore poi con la sua intelligenza saprà valutare fatti e misfatti dei garibaldini, così come dei borbonici dell'epoca e abbracciare la tesi che vuole. Ma la propria opinione si costruisce sentendo più campane!!

Ritratto di Angelo Dolce

Angelo Dolce

Mer, 17/05/2017 - 11:41

al signor Francesco Perfetti ricordo che la votazione (se di votazione si è trattato) si è tenuta con i bersaglieri savoiardi che continuavano con le stragi e le devastazioni fuori dai seggi (considerando il fatto che il voto era palese)! quindi quella sceneggiata che lei definisce plebiscito fu solo la degna conclusione di una farsa di cui noi paghiamo ancora le conseguenze

Aleramo

Mer, 17/05/2017 - 13:22

In Italia per circa un secolo (grosso modo dal 1848 al 1945) il nazionalismo e il patriottismo hanno ispirato il pensiero e l'azione degli Italiani. Come risultato abbiamo avuto l'unificazione nazionale, la vittoria nella Prima Guerra Mondiale, le conquiste del Ventennio che per quanto di breve durata hanno sostenuto il prestigio e il potere dell'Italia nel mondo. Ora siamo un popolo senza patria, inerti di fronte all'invasione dei musulmani, senza futuro e senza midollo. Queste polemiche di retroguardia, che rispolverano fatti dimenticati di cent'anni fa per gettare fango sul Risorgimento sono una delle migliori espressioni di questa nostra decadenza.

Ritratto di ottimoabbondante

ottimoabbondante

Mer, 17/05/2017 - 15:02

Tutti i plebisciti posti in essere dai sabaudi e dai loro giannizzeri recano il marchio della piú grande frode elettorale. Lo fecero nel Regno delle due Sicilie, lo fecero con i ducati e ducatelli del centro nord, lo fecero nel '66 con quello che restava del Lombardo Veneto. L'Italia é nata su una grande frode ed imbroglio voluta da quelli che si piccavano essere liberatori. Mi veniva da ridere guardando le celebrazioni del 150.mo: la celebrazione di un grande imbroglio.

Mario Mauro

Mar, 23/05/2017 - 00:12

Caro professore, non dia retta ai nostalgici del Regno delle due Sicilie,che ammesso conoscano la Storia non l'hanno capita. L'unità nazionale era necessaria nel nuovo contesto europeo e non poteva, allora, compiersi che attraverso la monarchia sabauda che possedeva la struttura militare e la capacità organizzativa. Alla base della statua, a Palermo, del mio grande conterraneo il repubblicano Crispi, è incisa questa sua frase "La monarchia ci unisce" a confermarne la grandezza d'animo.

Mario Mauro

Mar, 23/05/2017 - 00:36

Sarebbe inutile discutere i vari commenti strampalati e superficiali. Unica voce ragionevole quella di Aleramo, al quale vorrei dire che predica in un immenso deserto. Ma mi piacerebbe chiedere ad Arkangel 72 cosa sa veramente della rivolta del Sette e mezzo e del perchè si sviluppò ed esplose. Il libro di Giuseppe Maggiore che ha appunto Sette e mezzo come titolo, piccolo capolavoro di letteratura, racconta come davvero andarono le cose; ma in un modo che contraddice il Suo tirare in ballo l'episodio in funzione antiunitaria.

Mario Mauro

Mar, 23/05/2017 - 00:42

Caro professor Perfetti, la mia è una domanda che faccio a me stesso: non è, per caso che Lei alluda, a proposito di sì necessari e di no dannosi?