Ode a Fulci e Vivarelli Generi di serie B ma cinema da maestri

Al Lido due documentari celebrano i registi outsider diventati di culto. E imitati ovunque

Luigi Mascheroni

nostro inviato a Venezia

Lucio Fulci e Piero Vivarelli. Entrambi nati nel 1927 (il primo morto nel 1996, il secondo nel 2010), uno romano d'adozione l'altro romano di Roma, entrambi registi, sceneggiatori e parolieri (scrissero tutti e due per Adriano Celentano...). Entrambi a lungo dimenticati e poi riscoperti, passando dall'ammirazione di pochi allo stracult di moda. Entrambi già frequentatori del marciapiede sinistro di via Veneto (quello dei comunisti e delle puttane). Entrambi re-inventori del cinema di genere all'italiana che ha fatto scuola nel mondo (Sam Raimi e Quentin Tarantino, certo: ma anche moltissimi altri). Entrambi con una vita se possibile più spettacolare dei loro film. E entrambi, più per un caso che per una volontà, celebrati al Lido, oggi e domani, con due film-documentari nella sezione «Venezia Classici». Che onore per due irregolari del nostro cinema, intellettuali prestati alla macchina da presa, considerati cinematografari in vita e maestri post mortem.

Benvenuti alle proiezioni speciali di Fulci for Fake di Simone Scafidi, primo biopic sul «terrorista dei generi» che fra thriller, horror e spaghetti western girò Zombi 2 (fu una hit quando nel 79 uscì nelle sale statunitensi, e oggi il premio Oscar Guillermo del Toro lo considera uno dei suoi film preferiti di sempre), L'aldilà (il suo titolo più estremo, 1981) e Non si sevizia un paperino (1972: il suo capolavoro). E poi di Life as a B-Movie: Piero Vivarelli girato da Fabrizio Laurenti e Niccolò Vivarelli (il nipote), un documentario-omaggio su un creatore di mondi pop: musicarelli, gialli, spaghetti-western (collaborò alla sceneggiatura dell'ormai mitologico Django), il filone erotico-esotico de Il dio serpente...

Il secondo, Piero Vivarelli, senese di nascita dalla fantasia smisurata e la voglia di sperimentare tutto - dalla musica rock ai fumetti - non solo passava con disinvoltura dalla commedia musicale come Rita, la figlia americana (1965) con il Totò più malinconico di sempre ai giochi erotici per teenager di Provocazione (1988, con Moana Pozzi), ma anche politicamente ebbe una parabola bizzarra: entrò giovanissimo (con il fratello, lo storico Roberto Vivarelli) nella Repubblica di Salò, volontario della X Mas, e poi fu l'unico italiano a ricevere da Fidel Castro la tessera del Partito comunista di Cuba. Provocatore, rivoluzionario qualsiasi partito frequentasse, con un debole per le attrici di colore (anche trans) e i Decamerotici neri, autore dell'incredibile Satanik (prodotto da Romano Mussolini...), fu così intellettualmente eretico da essere amico sia di Oriana Fallaci che di Goffredo Parise e così artisticamente spregiudicato da andare al di là di ogni tabù, soprattutto quelli cinematografici.

Il primo, invece, Lucio Fulci, una vita a inventare di tutto (anche la laurea in Medicina, per giustificare in qualche modo la sua competenza estrema nelle scene horror) e a lottare coi budget ristrettissimi (da dove spuntano sempre idee molto ampie), tra il 1959 e il 1991 firmò 60 film, scuotendo con la sua forza eversiva il cinema industriale italiano e facendo scuola in Europa e in America con il suo stile assoluto. Su di lui esistono molti libri e ormai è studiato nelle università. Ma Simone Scafidi lo mette al centro di un biopic originalissimo: citando Orson Welles (col quale Fulci lavorò, scrivendo la sceneggiatura di L'uomo, la bestia e la virtù, del '53), Fulci for Fake mette in scena un attore (Nicola Nocella) che deve interpretare il ruolo di Fulci in un film dedicato al grande regista, e così per preparare la parte incontra i suoi vecchi collaboratori, i critici, le due figlie (le quali mettono a disposizione foto, testimonianze e soprattutto filmati in 16 mm inediti...). Ed ecco il ritratto, in 92 minuti, di un autore (ironico, vitale, percorso da tante tragedie personali) che ci ha lasciato film viscerali rimasti nel tempo, per lo stile (ancora imitato) e la capacità di vedere (anzi: di farci vedere) il dolore. Anche se Fulci in vita, a suo modo come Vivarelli, era considerato poco più che un artigiano di prodotti commerciali.

Mentre oggi il loro cinema fa il giro del mondo. Perché a pensarci bene, la vita vera non è mai un film d'autore. Ma spesso è un (bellissimo) B-movie.