"In ogni libro mi chiedo come essere moderni senza perdere identità"

Il nuovo romanzo del Nobel turco riflette sui miti che fondano Oriente e Occidente

"I l colore è per il carattere: è il male o non lo è? Secondo la tradizione, le donne coi capelli rossi si arrabbiano facilmente, sono difficili da controllare... E poi: è rossa vera, o finta? Faccio anche questa distinzione nel romanzo, perché a volte è un carattere artificiale, auto-imposto". Il colore, per Orhan Pamuk, ancora una volta è il rosso. «Ma non per un simbolismo sufi: è che noto i colori. Infatti avrei voluto essere un pittore». A volte, in qualche modo, il destino ritorna. Il Nobel di Istanbul è a Milano, dove presenta il suo nuovo romanzo, La donna dai capelli rossi, pubblicato come sempre da Einaudi, e dove ha ricevuto un Diploma Honoris Causa dall'Accademia di Brera: "Non perché sia un pittore, ma per il mio concetto di arte, specialmente per il Museo dell'Innocenza, che è un romanzo e anche un museo vero".

Orhan Pamuk, è felice di questo riconoscimento?

"Molto. Sono felice come un bambino".

Il suo romanzo parla di miti che influenzano la realtà. Sono così potenti?

"L'influenza del mito ha due aspetti. Uno più razionale: a scuola, in Turchia, ti insegnano che devi imparare i miti, perché tutte le società sono basate su di essi".

L'altro?

"Su questo ho qualche dubbio, anche se in parte ci credo. È l'interpretazione junghiana, secondo la quale, più o meno, il mito è l'architettura della vita quotidiana e spiega molte delle cose irrazionali della nostra esistenza. Ne siamo come degli schiavi, ma non consapevoli".

Succede anche nel libro?

"Il protagonista Cem è più razionale. È una vittima dei miti che ha appreso, ma lo sa, e ci pensa: è analitico e cerca di combatterli".

La trama si basa su due miti, uno occidentale e uno orientale, simili e opposti: l'Edipo di Sofocle e la storia di Rostam e Sohrab di Firdusi.

"Un parricidio e un figlicidio. Nel mito orientale, alla fine, bisogna uccidere l'individualità, perché bisogna accettare l'autoritarismo del padre. Come alla fine l'Occidente accetta l'individualità di Edipo, che uccide il padre".

Enver, il figlio del protagonista Cem, è legato alla tradizione. Eppure incarna il mito occidentale. Come succede?

"Enver rappresenta la terza generazione. È la Turchia di oggi, dove le nuove generazioni alzano la testa contro i padri; i quali diventano sempre più autoritari, devono proteggere e dire che cosa sia giusto e che cosa sia sbagliato".

Lei che esperienza ha avuto?

"Mio padre non mi diceva di no. Non era protettivo, era più che altro amichevole. Mi diverto a dire che il mio padre freudiano è stato mio fratello maggiore: era lui a dirmi quello che non dovevo fare. Invece mio padre... Se dipingevo mi diceva: Sei un genio. E quando scrivevo: Sei un genio".

Enver dice che l'uomo moderno è senza padre. Perché?

"Oggi, in Turchia, si cerca una specie di padre politico: in questo alludo a una struttura politica autoritaria, che però è stata votata democraticamente. Le persone hanno scelto dei leader autoritari: è qualcosa che mi sconvolge, ed è una delle ragioni per cui ho scritto questo romanzo".

Modernità e tradizione, occidentalizzazione e Oriente: le divisioni del suo Paese sono lo sfondo del romanzo.

"Come l'Italia ha sperimentato il conflitto Nord-Sud, la Turchia sperimenta quello Est-Ovest. La modernità porta con sé l'ansia di perdere il passato, la sua ricchezza culturale: come puoi essere moderno senza perdere la tua identità? È una questione che attraversa tutti i miei libri. E mi chiedo se esista, una soluzione".

Il protagonista vuole fare lo scrittore, il figlio è un poeta che si isola dalla gente.

"È difficile mantenere la tua integrità, la tua purezza di pensiero, quando sei immerso tra la folla. Enver ha una visione romantica, di riuscire a essere soltanto se stesso, senza essere influenzato dagli altri. Da giovane anche io volevo incontrare persone forti, ma avevo paura che mi influenzassero e mi mettessero a disagio".

Il protagonista vorrebbe scrivere una enciclopedia della geologia: anche lei ha un intento enciclopedico?

"Non è un intento, è la mia mente. Ho una immaginazione romantica ed enciclopedica: quando ho una idea voglio portarla avanti su qualunque aspetto. Perciò di solito scrivo romanzi così lunghi... Questa volta sono felice di averne scritto uno breve".

Ma questa immaginazione enciclopedica ha un soggetto in particolare, la sua città?

"In un certo modo, in tutti i miei libri ho scritto una specie di enciclopedia di Istanbul. Le strade, le storie, gli oggetti, i panorami, le mitologie... Mi interessa ogni cosa, però non voglio nemmeno rendere troppo glamour la relazione con la mia città: è quello che mi è successo. Io voglio scrivere dell'umanità. Ma l'umanità la incrocio a Istanbul".

Quanto ha impiegato a scrivere il libro?

"Un anno preciso. Da quarant'anni scrivo, in media, duecento pagine l'anno".

Ha detto: "Lavoro come un impiegato, dieci ore al giorno".

"È vero. Non ci vedo niente di strano. Moltissime persone, in Turchia, lavorano dieci o dodici ore al giorno".

Il livello più realistico della storia riguarda lo scavo di un pozzo. Come mai?

"È autobiografico. Nel 1990, dopo Il libro nero, ero su un'isola, circondato da una terra arida, senza acqua ed elettricità, dove un ragazzo scavava un pozzo con un mastro. Li ho conosciuti e ho raccolto le loro storie".

Già allora?

"Sì, proprio come lei adesso. Amo intervistare le persone, vado in giro per Istanbul e raccolgo le storie di chi fa ancora i lavori tradizionali. Mi chiedono: quando le pubblicherai? Non lo so".

Sta scrivendo un nuovo romanzo, l'undicesimo?

"Certo. Sarà ambientato nel 1900, su un'isola immaginaria del Mediterraneo, fra Cipro e Rodi. E ci sarà la peste".