Le opere geologiche di Per Kirkeby, «pittore biologico»

Francesca Amé

da Mendrisio (Svizzera)

«Sono così perché ho inciampato mentre correvo nei boschi, inseguito da un orso polare», dice Per Kirkeby indicando la carrozzella su cui è seduto. Sua moglie (la quarta) sorride, e ci intendiamo al volo. Siamo a Mendrisio, in Canton Ticino, perché il Museo d'Arte della città ospita la personale dell'artista danese venerato come un guru da Berlino in su. Ha quasi ottant'anni, vari acciacchi e la battuta pronta di chi ha vissuto mille vite: geologo artico, ha alle spalle una ventina di spedizioni in mezzo mondo e ora vive a Læsø, un'isola danese del mare del Nord, dove ancora lavora tutti i giorni. Kirkeby è saggista di letteratura e arte, scenografo, scultore, pittore, regista. È amico intimo di un danese in Italia ben noto, quel Lars von Trier del quale ha curato i «titoli-dipinto» degli otto capitoli che scandivano Le onde del destino.

Li ricordate? Parte di quell'atmosfera sospesa, tra incanto e rabbia, realismo e intimismo, la ritrovate tra le sale del museo di Mendrisio. Qui una mostra la prima in area italiana, ma tutti i maggiori musei, Tate di Londra e MoMa di New York in testa, gli hanno già dedicato ampie retrospettive raccoglie il meglio della produzione in «Dipinti, sculture, acquarelli. 1982-2011» (fino al 29 gennaio, a cura di Simone Soldini). «Di Lars sono troppo amico per giudicare il suo lavoro di regista. Impossibile dire quanto ci influenzammo a vicenda», spiega Kirkeby ricordando il lavoro di una ventina di anni fa.

Di certo ciò che noi oggi vediamo, percorrendo le sale del museo ticinese con esposte una trentina di tele di grandi dimensioni, opere su carta e sei sculture (di cui una, monumentale, nel chiostro d'ingresso), è il mondo alla maniera di Kirkeby. Ovvero quella di uno scienziato che davanti a ogni paesaggio ne coglie il tessuto geologico e lo spettro fisico dei colori, e quella di un instancabile viaggiatore («Un anno passato senza andare alle Fær Øer è un anno buttato») con fogli in mano per acquarellare anziché per prender nota. «Pittore biologico» si definisce. Quando, negli anni Sessanta, cominciava ad affiancare l'arte alla geologia, imperversava la moda del Fluxus e delle performance: Kirkeby vi aderisce con poca convinzione, a lui interessavano fin dal principio il paesaggio, gli effetti della luce sulla materia, la natura. «Anacronistico» (altra auto-definizione). Il tempo gli ha dato ragione: oggi la sua pittura è tra gli esiti più moderni, e apprezzati dal mercato, in circolazione. Vi arriva studiando la scultura di Rodin: nelle figure scomposte del maestro francese ritrova quelle faglie e forme che la geologia gli aveva già insegnato. Negli anni Ottanta il poliedrico Kirkeby esplode come scultore (in mattoni e in bronzo, con commissioni in mezza Europa) e come pittore di paesaggio. Lo chiama «pornografico» perché della natura intende analizzare, con macchie di colore e segni su tela o su masonite, la struttura profonda, viscerale.

I suoi inverni, gli alberi e persino le esplosioni di luce, regalo dei viaggi in Messico, sono la cifra del «catastrofico paesaggio» che il geologo Kirkeby sa leggere sotto la pelle del reale. C'è chi associa la sua pittura alla poesia giapponese haiku: fulminea, dolce e dolente insieme. Se davanti alle sue opere avvertite un «dolore caldo» sottopelle, sappiate che è voluto: si chiama «effetto Kirkeby».

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