Orazio Labbate scopre il gotico della Sicilia «Suttaterra»

Gianluca Barbera

Non è un romanzo. Manca la complessità minima necessaria. È un racconto dilatato. Orazio Labbate fa il bis con Tunué, nella collana diretta da Vanni Santoni, e manda in libreria Suttaterra (pagg. 140, euro 12), storia gotica dai toni sovraeccitati e visionari, che non nasconde i suoi modelli di riferimento: Thomas Ligotti (autore americano ormai cult) in letteratura e David Lynch nel cinema. L'aspetto più interessante in Labbate è questo suo prendere luoghi reali e tutto sommato ordinari (anche se pieni di storia, sangue, folclore religioso) e far scendere su di loro un incantesimo, avvolgerli in una maledizione atavica. Ecco così che Gela e Butera diventano terra di fantasmi, roghi, apparizioni (la Madonna dell'Alemanna, il Signore dei Puci, il Sirpentazzu), e gli elementi del paesaggio urbano e rurale si trasformano in luoghi stregati, tra night demoniaci, vecchi luna park infestati e le pestilenziali torri del Petrolchimico.

Una vicenda più cupa non si dà. Giuseppe Buscemi, figlio del Razziddu del precedente romanzo (Lo scuru), fa il becchino a Milton, cittadina nel West Virginia. Ha perduto la giovane moglie (bella e pura come solo la timidezza di Dio sa essere), per di più incinta, e non si dà pace. Medita il suicidio. Un giorno riceve una lettera da Gela scritta dalla morta che lo invita a fare ritorno in Sicilia. Il giovane lascia tutto e parte. Raggiunge Baltimora e s'imbarca su una nave fantasma che ricorda quella utilizzata da Dracula per raggiungere l'Inghilterra. Giunto a Gela, inizia una discesa agli inferi, tra incontri rivelatori, iniziazioni e foreste di simboli della tradizione religiosa e pagana. Una riedizione deformata del mito di Orfeo e Euridice, con esiti capovolti (il voltarsi e perderla per sempre è fonte di liberazione e rinascita, perché è nella morte che Dio ci ama e riconosce). Un viaggio nell'oltretomba, carico di immagini potenti e frammenti impazziti di misticismo. Troppo scarna però la storia, inesistente l'intreccio. Lascerei stare i riferimenti a William Faulkner o a Flannery O'Connor, che pure si sono tirati in ballo. O ai vari Consolo, Bufalino, D'Arrigo. O i supposti nessi con il pensiero di Sgalambro. Negli scritti di Labbate si sentono i suoi trent'anni. E tuttavia il talento è purissimo. Si è parlato di «nuovo gotico siciliano» ma metterei da parte etichette così impegnative, che spesso suonano come slogan promozionali o hanno come unico pregio quello della comodità. Sul piano linguistico il giovane autore di Butera ha dismesso l'impasto dialettale affidandosi a una lingua più tradizionale anche se surriscaldata, febbricitante. Avanti così.