Orrori e prigionia nel terribile inverno di Russia

Luigi Venturini ha 19 anni quando si presenta alla chiamata di leva della sua città, Udine. È il gennaio del 1941, un anno e mezzo dopo Venturini parte con i suoi commilitoni diretto verso Est: la meta è il fiume Don. Lui è uno fra le migliaia di soldati italiani che partecipano alla campagna di Russia: moltissimi non torneranno più. Secondo le stime, su settantamila italiani catturati dai sovietici, sessantamila morirono.Venturini era in quell'inferno, e quell'inferno racconta nel suo Diario di Russia. Prigioniero di un gelido inverno (da oggi in edicola con il Giornale a 8 euro oltre al prezzo del quotidiano): che è poi il suo diario vero dell'inverno 1942-43, quello che l'autore ha scritto appena tornato, miracolosamente, nel dicembre del 1945. Quando era partito era un ragazzone di 90 chili, quando è riapparso di fronte agli occhi increduli della madre ne pesava 53. Ma era vivo e a casa, dopo la guerra, la prigionia, l'orrore e le sofferenze indicibili che si terrà dentro per sessant'anni. Perché quel diario Venturini non lo dà subito alle stampe: non riesce. Troppo intensi il ricordo e il dolore, e intorno il Paese che doveva rinascere, e poi le altre madri, quelle dei suoi amici mai più tornati, che con lo sguardo lo interrogavano, e non potevano sopportare tutto quell'orrore.«Il 1946 fu per me ancora un anno difficile perché, nonostante le continue cure, il mio recupero fisico si prospettava lungo e incerto e nel frattempo la mente ritornava sempre là in quell'inferno. Apparivano così negli occhi: la fame tremenda, il cannibalismo, i cadaveri in catasta come legna, i compagni che avevo dovuto deporre ignoti nelle fosse, gli occhi sporgenti pieni di lacrime dei morenti che invocavano aiuto, gli otto amici d'infanzia che non erano tornati» scrive Venturini nell'Introduzione. Nel 1956 riceve la Croce di guerra al valor militare.RedCult