Osorio, frammenti di un discorso poetico

Incontro con la scrittrice argentina che nei suoi romanzi ha narrato il dramma dei "desaparecidos"

Di Elsa Osorio, scrittrice e sceneggiatrice argentina - nata a Buenos Aires nel 1952 - è appena uscito in Italia un libro intervista, All'improvviso, la verità (Castelvecchi, pagg. 182, euro 16,50; a cura di Cristina Guarnieri). Autrice nel 1998 di un bestseller tradotto in molte lingue, A veinte años (I vent'anni di Luz, Guanda 2000), Osorio è tornata da poco nel nostro Paese, dov'è stata in passato più volte. L'ho conosciuta a Civitanova Marche, per l'occasione del Futura Festival, e tornerò a incontrarla il 27 settembre ad Atina, nella valle di Comino, per il Festival delle Storie. Discuteremo del suo ultimo libro, ma parleremo specialmente di lei e dei tanti personaggi femminili dei suoi romanzi e dei suoi racconti. In ciascuno di loro c'è una parte di Elsa.

Ella, o la sottomissione alla scrittura. «I' mi son un che, quando Amor mi spira,/ noto, e a quel modo/ ch'e' ditta dentro vo significando». È la famosa risposta di Dante, nel XXIV canto del Purgatorio (vv. 52-54), a una domanda del lucchese Bonagiunta Orbicciani («Ma di' s'i' veggio qui colui che fore/ trasse le nove rime», vv. 49-50). Quanto riesce al poeta di esprimere è la fedele trascrizione del superiore messaggio che Amore (Dio) gli soffia o «detta dentro». La dettatura interiore, nel Novecento, attivata da un impulso o un bisogno e del tutto disinteressata, sarebbe stata la prima fra le nove possibili ragioni indicate da Primo Levi (Perché si scrive, in L'altrui mestiere, Einaudi 1985) come altrettante motivazioni all'arte della scrittura. Ella, protagonista dell'omonimo racconto, è vittima di un'alterità tiranna, che s'impossessa di lei quando scrive. Un doppio di personalità, l'interiorizzazione di un tu o, forse, proprio un'entità superiore alla maniera dantesca.

Luz, o la luce ritrovata. Da una tirannia all'altra. Nel romanzo I venti anni di Luz si parla della dittatura del generale Videla, con l'agghiacciante vicenda dei desaparecidos, e viene narrata, soprattutto, la storia di una giovane madre; nella tragedia di un popolo, con le sue migliaia di persone sequestrate, torturate, assassinate, il suo è un nomen omen: «Non tutto è stato brutto in questa vicenda, il mio nome per esempio, Luz, luce». Uno dei momenti più belli del romanzo è quello in cui la nonna (Nora) riconosce in Luz la figlia della figlia Liliana. È il 3 agosto 1998. Nora ha ricevuto una misteriosa telefonata dal genero, che Luz è andata a trovare a Madrid, e racconta a una donna la storia di Liliana, della sua scomparsa al tempo della dittatura militare, del bambino del quale era incinta nato morto. La donna le fa vedere una fotografia che ritrae Luz con il figlioletto Juan. Inutile a quel punto, data la forte somiglianza con Liliana, ricorrere al test genetico per accertare il rapporto di parentela fra nonna e nipote; se però è necessario, dice Nora, vi si sottoporrà. Nel 1987 il presidente Alfonsín aveva fatto allestire una banca dati (Banco Nacional de Datos Genéticos) cui attingere nell'identificazione dei bambini sottratti ai desaparecidos; sarebbe in seguito stata gestita da una Commissione Nazionale per il Diritto all'Identità (COmisión NAcional por el Derecho a la Identidad, CONADI), istituita nel 1992 da Carlos Saúl Menem, successore di Alfonsín, che comprendeva al suo interno anche due rappresentanti di una storica associazione argentina per i diritti umani fondata nel 1977, le Abuelas («nonne») di Plaza de Mayo. Grazie a quel test del DNA (in spagnolo tecnico è detto indice de abuelismo) sono stati arrestati e processati molti esponenti della giunta militare responsabili dei rapimenti.

Mika Etchebéhère, o l'esclusività dell'impegno. Pasionaria e antifranchista al tempo della guerra civile spagnola (1936), è la protagonista di un romanzo pubblicato nel 2012 (La Capitana) e tradotto in Italia nello stesso anno (La Miliziana, Guanda). Il greco, se l'amore coinvolge le persone, separa l'unione carnale (érs) dall'affetto per un amico (philía) e dal sentimento puro e disinteressato che si prova il prossimo (agáp), ma si può nutrire amore anche per un grande ideale, per un'arte o una religione, per la conoscenza in sé. Nella storia d'amore di Mika e di Ippolito la relazione sentimentale è quasi cannibalizzata dal senso altissimo di una missione, politica e sociale, che non ammette deroghe o tentennamenti. È una fra le tante possibili risposte al bisogno d'amore, e fra le più inattuali; sembriamo ormai essere passati dalla naturale pulsione erotica (innata, istintiva, animalesca) alla rarefazione in emozioni sempre più raffinate ed elitarie, e quando quella pulsione erotica c'è, appare strabordare: l'amore è sempre più esibito e consumato ovunque forse perché non siamo più in grado di viverlo davvero.

L'amore ideale per Osorio? Lo abbiamo chiesto direttamente a lei: «Ho avuto la fortuna, durante le mie ricerche, di poter leggere le lettere fra Mika e Ippolito. Lui trascorse sei mesi in un sanatorio, perché colpito dalla tubercolosi, e l'unico momento della sua vita d'azione in cui ha potuto pensare all'amore sembra sia stato durante l'internamento. È gravemente malato, ma a Mika piace immaginare che Ippolito, se lei lo lascerà e se lui incontrerà un grande amore, potrebbe forse salvarsi. A legarli, reagisce Ippolito, non è però solo l'amore: si sono scelti, giorno dopo giorno, e hanno condiviso un ideale. Nel mio immaginario dell'amore questo è un amore ideale».

Ha scritto Roland Barthes nei Frammenti di un discorso amoroso, un libro molto amato da Elsa Osorio, che ci confessa di avere avuto per tanto tempo sul comodino: oggi al discorso amoroso, d'una «estrema solitudine», non rimane altro che «essere il luogo, non importa quanto esiguo, di un'affermazione». C'è dunque un piccolo spazio, per quel che ancora resta dei grandi amori di una volta, anche nella vita di chi, come Mika e Ippolito, sembra potersi (e volersi) accendere solo del sacro fuoco di una passione rivoluzionaria, della dedizione quasi religiosa a una causa.