La pace armata di Graves con la guerra dell'ipocrisia

Torna "Addio a tutto questo", il più commosso commiato dalle trincee d'un poeta. Che si arrese al potere dei ricordi

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, il diciottenne Robert Graves decise di arruolarsi. I bene informati ritenevano che il conflitto si sarebbe concluso di lì a qualche mese, entro Natale al massimo, ma Robert sperava che i combattimenti sarebbero andati avanti almeno sino a ottobre: era stato ammesso a Oxford, dove i corsi iniziavano allora, e temeva l'università più dei tedeschi.

Per un ragazzo bene dell'Inghilterra del tempo, la vita scolastica era la realtà e la vita reale un'illusione: uscivano di casa all'età di otto anni e in pratica non ci rientravano più: durante le vacanze, se colti di sorpresa chiamavano «signora» anche la madre, e sempre e comunque «signore» qualsiasi amico di famiglia, come accadeva con gli insegnanti... Sistema chiuso e monosessuale, dove l'opposto sesso femminile era «disprezzato e considerato qualcosa di osceno», quello scolastico inglese era una fucina di pseudo-omossessuali permanenti cui si aggiungeva una percentuale di omosessuali certi, ma quasi mai dichiarati. Il suo obiettivo sarebbe dovuto consistere nell'insegnare ai gentiluomini a essere gentiluomini, ma gerarchia e disciplina, senso di appartenenza, visione romantica ed esclusivamente maschile quanto a espressione e obiettivi, ambizione più o meno smodata, divenivano l'essenza di un patriottismo che aveva solo bisogno di una guerra perché il romanticismo della vita si incarnasse nel romanticismo della Storia. Per farla breve, tutto era funzionale a far sì che il giovane Robert, e i giovani come lui, si facessero onore sul campo di battaglia e, onore massimo, ci morissero.

A vent'anni, Graves era già capitano, a ventuno era già sulla lista dei caduti pubblicata quotidianamente dal Times: era stato ferito così gravemente che i suoi superiori lo avevano dato per morto... Come a ricompensarlo della sua morte in vita, il destino gli concederà un'esistenza lunga novant'anni, ma dal trauma della Grande guerra Graves non si riprenderà più, anche se, trent'anni dopo, nel ripensare al se stesso di allora, confesserà: «Se fossi condannato a rivivere quegli anni perduti, probabilmente agirei nello stesso identico modo. Non è dato superare facilmente il condizionamento della morale protestante della classe dirigente inglese, sia pure temperato dal sangue misto, da una natura ribelle e da un'ossessione poetica prepotente».

Poeta non banale, intellettuale prolifico quanto controcorrente, al grande pubblico Graves è soprattutto noto per i suoi libri sul mito greco e per un fortunato romanzo storico, Io, Claudio, ma Addio a tutto questo (Adelphi, pagg. 398, euro 20, traduzione di Annalisa Carena, con una nota di Ottavio Fatica), l'autobiografia pubblicata nel 1929 con cui si congedava da un'Inghilterra dove non avrebbe più potuto né voluto vivere, al grido di «basta con la politica, la religione, la giovinezza, i balli, le sbronze, il tempo, l'infelicità», resta il suo libro migliore, nonché il più commosso commiato che le trincee d'Europa abbiano costretto un poeta a scrivere. Un anno dopo, in Blasting and Bombardiering, Wyndham Lewis, il pittore e scrittore vorticista che aveva incendiato la Londra prebellica, osservò che anche il suo era in fondo «un addio» sullo stesso tema, con la differenza però che lì dove c'era una sorta «di liquidazione forzata di un fallimento emotivo», qui di emotivo non c'era nulla, caso mai «un viaggio in un territorio colpito». Lewis era andato in guerra pensando che la guerra fosse orribile e stupida, Graves l'aveva scambiata per una gita scolastica, con annessa squadra e partita di calcio.

Nel decennio che seguì la fine del conflitto, Graves convisse con l'ossessione della paura da gas, con il terrore dei bombardamenti: un odore insolito lo faceva tremare, un rumore insolito lo costringeva a buttarsi a terra, il suono del telefono lo faceva balbettare. I suoi sonni erano popolati da incubi che non lo lasciavano nemmeno da sveglio, una vita alternativa rispetto a quella che stava cercando di riprendere. Così come la quotidianità delle retrovie civili gli era apparsa insopportabile nelle sue periodiche licenze dal fronte, le assurdità e le menzogne della propaganda bellicista che facevano il paio con il pacifismo da quartieri alti, adesso non riusciva a sopportare l'idea che qualcuno potesse continuare a dargli ordini... Ce l'aveva con la «generazione dei vecchi» che cinicamente aveva sacrificato i giovani come lui, ce l'aveva con l'ossessione della giovinezza che ogni giorno lanciava un nuovo talento letterario nemmeno ventenne, un altro modo di riempire quei ranghi giovanili falcidiati dall'ecatombe '14-18...

Omosessuale casto, quanto represso, si sposò con una femminista che detestava sia i maschi sia il matrimonio, la lasciò per una poetessa americana megalomane e con velleità stregonesche, ripeterà l'errore con un'intellettuale inglese e da questi connubi velleitari e masochisti tirerà fuori quella teoria della Dea bianca, dal titolo di un suo libro, in cui la Donna era Madre «che genera, possiede e distrugge» e lui restava «il poeta Bambino, Amante e Vittima»... In Inghilterra, tranne cause di forza maggiore, come lo scoppio della Seconda guerra mondiale, non tornò più: l'Egitto prima, poi la Francia, infine le Baleari, Maiorca, saranno le tappe di un esilio dove solo la guerra come esperienza, senso di colpa e scelta generosa, faceva da bagaglio a mano, insostituibile e impossibile da dimenticare. Nel nuovo conflitto morirà il figlio più grande, quello che più gli somigliava e che si era arruolato nello stesso reggimento in cui lui aveva così onorevolmente servito, e per chi aveva sottolineato come la sua generazione fosse stata sacrificata dai propri padri, sarà un tragico contrappasso...

«Veterano congedato/ dalle sporche guerre della vita», solo l'afasia totale, frutto della demenza senile degli ultimi anni, gli impedirà di continuare a equiparare l'orgoglio del soldato e quello del poeta, necessario all'uno e all'altro per vivere infelice e morire vittorioso.

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